PROCESSO SARAH SCAZZI. UNA CONDANNA SENZA PROVE E SENZA INDIZI.

PROCESSO SARAH SCAZZI. UNA CONDANNA SENZA PROVE E SENZA INDIZI.

Intervista esclusiva al dr Antonio Giangrande. Avetranese che dal 26 agosto 2010 segue fatti ed atti del processo sul delitto di Avetrana noto in tutto il mondo. Atti e fatti che sono la colonna portante dei suoi libri sul caso del delitto di Sarah Scazzi.

Tappiamoci le orecchie per non sentire i legulei interessati in aula di giustizia a Taranto ed i ciarlatani in tv e leggiamo cosa ha da dire chi le carte ed i fatti li conosce.

Dr. Antonio Giangrande cosa le dà la certezza per affermare che la sentenza di primo grado e la sua convalida in appello sia una condanna ingiusta all’ergastolo per le imputate.

«Ho seguito il caso sin dall’inizio e mi sono sforzato nell’estraniarmi dal bombardamento mediatico giustizialista. La mia competenza giuridica e la mia esperienza nei tribunali mi ha indotto ad analizzare fatti ed atti in modo asettico. Sin dall’inizio della vicenda giudiziaria, in tempi non sospetti, ho scritto articoli in cui si profetizzava la condanna a Taranto e l’assoluzione a Roma. Taranto è nota per il suo accanimento giudiziario, vedi anche l’Ilva, ed i magistrati sono molto solidali tra loro».

Non è pericoloso per lei affermare questo?

«Non faccio altro che ribadire quello che molti affermano fuori dal coro, siano essi giornalisti od avvocati».

Quindi lei pensa che le donne siano innocenti?

«Non è questo il punto. La verità storica dei fatti la conoscono i protagonisti. La verità mediatica è quella artefatta dai giornalisti. La verità processuale è quella che viene fuori da un più o meno giusto processo. Io invece verifico se queste verità promanate hanno una logica giuridica. Perché in Italia vige il principio che si debba condannare al di là del ragionevole dubbio. Ed in questo processo dubbi ce ne sono a iosa.

Non c’è ora certa della morte. C’è discordanza sull’ora della morte. Il cordon bleu nello stomaco di Sarah fa pensare che la morte risalga tra le ore 15.30 alle ore 16. L’orario della morte di Sarah Scazzi andrebbe posticipato di un’ora e mezza-due ore. E quindi indicato tra le 15.30-16.00 e non fissato alle 14-14.10, come stabilito dalla Procura. Lo ha affermato al processo per l’omicidio di Sarah Scazzi la biologa Valeria Scazzeri, che ha eseguito una perizia di parte, affidatale dall’avvocato Raffaele Missere, difensore di Cosimo Cosma, in relazione alla durata della digestione delle vittima, prima che venisse uccisa. Cosimo Cosma è nipote di Michele Misseri ed è accusato, insieme allo stesso e al fratello di zio Michele, di soppressione di cadavere. Sarah, il 26 agosto 2010, prima di raggiungere casa della cugina Sabrina Misseri, mangiò nella propria abitazione in tutta fretta un cordon bleu.

Non c’è ora certa dell’arrivo di Sarah dagli zii. Per la difesa nei tabulati telefonici, nel susseguirsi di messaggini, telefonate e squilli tra Sabrina, la cugina, l’amica Mariangela e un’altra ragazza c’è la prova dell’innocenza di Sabrina. Per l’accusa c’è la prova del depistaggio. Quel maledetto 26 agosto 2010 accade quello che era stato messo in programma dalle tre ragazze la sera prima, ossia l’organizzazione della gita al mare. L’atteso messaggio di Mariangela arriva a Sabrina alle 14.23.31: “Il tempo di mettere il costume e vengo”. Sarah non aveva nessun motivo di uscire prima di ricevere quel messaggio e infatti la madre nella denunzia di scomparsa dice che è uscita alle 14,30. Alle 14,24 Sabrina chiede a Mariangela: “Avviso Sarah?”. Mariangela risponde e Sabrina alle 14,25 avverte Sarah che non risponde subito, sia perché non aveva credito, sia perché pensava di raggiungere la cugina; tanto che dopo che Sabrina la sollecita a una risposta (alle 14.28.13), Sarah, alle 14.28.26, invia un semplice squillo, tanto la risposta era ovvia. Quindi alle 14.28.26 Sarah Scazzi era in vita e stava per raggiungere o aveva raggiunto casa Misseri. Misseri ha ammesso che alle 14.30 era in garage e che Sarah é arrivata intorno alle 14.25. La sentenza secondo la difesa supera l’interpretazione più ovvia dei fatti e sostiene che Sarah fosse stata già uccisa nel momento in cui parte lo squillo dal suo telefonino e afferma che esso sarebbe stato lanciato da Sabrina, la quale dopo l’uccisione della cugina avrebbe inscenato uno scambio di messaggi in base al quale precostituisti un alibi per poter sostenere che mentre era ancora in casa a prepararsi, alle 14.28.26, Sarah era in vita e non poteva che essere stata uccisa dal padre che in quel momento si trovava nel garage di casa. Secondo la sentenza Sarah non sarebbe uscita dopo aver ricevuto il messaggio di Sabrina ma molto tempo prima e precisamente tra le 13,45 e le 13,50. L’orario è fondamentale per poter procedere a una ricostruzione dei fatti che vede Sabrina e Cosima colpevoli. Ma perchè la ragazzina sarebbe dovuta uscire prima dicendo una bugia quando non ne aveva alcun bisogno? Oltre al fatto che Sarah esce dicendo alla madre che ha ricevuto il messaggino della cugina e quel messaggino c’è ed è delle 14,25.

Appena ricevuta la conferma di Sarah Sabrina inizia i preparativi va in bagno e alle 14.28.40 manda a Mariangela il messaggio “sto tentando in bagno” con uno smile.

Alle 14.31.44 Angela Cimino le manda un messaggio al quale risponde 4 minuti dopo (proprio perché era in bagno), alle 14.35.47. Finito di prepararsi alle 14,39 Sabrina invia a Mariangela un sms: “pronta” ed esce di casa. Una serie di messaggi che, per sequenza e contenuto sono coerenti con il programma fatto dalle ragazze la sera prima.

Sabrina non trova Sarah ad aspettarla come sarebbe stato logico e per questo quando arriva Mariangela è preoccupata. Sono le 14.42 e Sabrina prova a chiamare Sarah. E’ questo il momento in cui secondo le dichiarazioni di Michele Misseri, da lui rese il 28 settembre 2010, esce dal garage e viene notato dalla figlia che gli chiede notizie di Sarah. «Sarah arrivò a casa degli zii alle 14,25, 14,30», ha spiegato Coppi, «Lo dicono diversi testimoni e anche il papà di Sarah, Giacomo Scazzi quando Sabrina, intorno alle 14,45, andò a chiedergli se la figlia fosse ancora lì, il giorno della scomparsa, e lui rispose: è appena uscita. In questa vicenda si è giocato con gli orologi e gli orari».

Non c’è luogo certo della morte. Non si conosce il luogo della morte se in casa, in cantina o in altri luoghi.

Non c’è luogo certo ove fossero gli imputati nel momento del delitto. Le analisi sui tabulati e le celle telefoniche non sono chiare e certe.

Non c’è arma certa del delitto. Si parla di corde, ma anche di cinture dei pantaloni, come quelle dello zainetto di Sarah, che però non corrisponde con i segni sul collo della piccina.

Non c’è movente certo del delitto. Si parla di gelosia, ma anche di invidia, di uno scatto d’ira e di altri possibili moventi.

Non c’è un responsabile certo del delitto. C’è un reo confesso non creduto, ci sono due imputate che si dichiarano innocenti. E’ stato Michele? E’ stata Sabrina? E’ stata Cosima? E’ stato uno di loro o tutti insieme o insieme con un altro?

Non c’è solidarietà dei familiari con la famiglia della vittima. Le sorelle ed i fratelli di Concetta Serrano Spagnolo Scazzi, madre di Sarah, solidarizzano con la sorella Cosima, ma non con Concetta. Concetta Serrano, rivela a “segreti e Delitti” del 24 luglio 2015 condotto da Gianluigi Nuzzi su Canale 5 (promozione in prima serata di Quarto Grado di Rete 4): «Sono in tensione per la sentenza anche perché non si sa quando uscirà. Siamo tutti in attesa dell’esito. Per Sabrina e Cosima provo tanta rabbia e dolore. Rabbia perché mi chiedo cosa sia successo quel giorno e perché. Dolore perché continuano a nascondere la verità, continuano a fingere questa loro innocenza anche se ormai si sa bene che sono state loro due». È perentoria Concetta Serrano nel suo intervento in diretta a “Segreti e delitti” su Canale 5. La madre di Sarah Scazzi, intervistata da Gianluigi Nuzzi, racconta così le ore di attesa che separano lei e i suoi familiari dalla sentenza del processo d’Appello per il delitto di Avetrana. «Quel giorno fatale in cui è morta Sarah, è sempre fisso nella mia mente. Ricordo quando Sabrina ha detto “Sarah non è venuta a casa nostra”. Non pensavo che loro mi mentissero, ma nei loro comportamenti e parole sentivo qualcosa di strano». «Quando Sabrina veniva a casa nostra, però dava l’impressione di una cugina che ci teneva, per questo non immaginavo c’entrasse in quello che è accaduto a Sarah», prosegue la donna. «Non ho mai avvertito gelosia né invidia da parte di Sabrina. Al contempo, non ho mai creduto alle confessioni di Michele. Conoscendolo non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere. Sarah non aveva nessuna relazione con lui perché stava con sempre con Sabrina. In passato ha detto che sarebbe venuto da me per chiedermi perdono, ma non l’ho mai visto». E conclude: «Se Sabrina e Cosima non hanno confessato fino adesso, credo che non confesseranno più». Ma una domanda scabrosa è posta da studio: “perché i suoi familiari l’hanno abbandonata e preso le parti di sua sorella Cosima?”. La risposta potrebbe anche essere che forse i familiari sono certi della innocenza di Cosima, come sono certi del fatto che qualcuno, tra i parenti od i loro avvocati od amici, cavalchi la notorietà o si speculi sulla morte di una bambina?

Non ci sono testimoni certi dei fatti. Le imputate sono state condannate per colpa di Michele Misseri, Giovanni Buccolieri ed Anna Pisanò. Michele Misseri, a suo dire, ha accusato la figlia Sabrina tratto in inganno dalla Bruzzone e da Galoppa, sua consulente ed avvocato. Giovanni Buccolieri ha accusato Sabrina e Cosima per mezzo di un sogno e messo in mezzo da Anna Pisanò, ed a suo dire, usato artatamente dai carabinieri, tanto è vero che i testimoni che ne confutavano la versione del sogno sono stati assolti, mentre lui è stato tenuto debitamente fuori dal processo, pur non essendo stato ancora condannato in altri processi per falsa testimonianza. Anna Pisanò, nota pettegola e bugiarda a detta di Sabrina Misseri, ha indicato responsabili, tempi e movente, ma è stata sbugiardata proprio da sua figlia Vanessa Cerra.

Michele Misseri. Le sette diverse versioni fornite da Michele Misseri in relazione all’omicidio della nipote quindicenne, Sarah Scazzi, sono «tra di loro incompatibili e sovente contrapposte» e ciascuna «porta con sè una totale o parziale, ma sempre significativa, quota di ritrattazione e, con essa, un grave segnale di inattendibilità». Questo uno dei passaggi delle motivazioni, depositate giovedì, in base alle quali la Cassazione ha annullato martedì 17 maggio 2011, con un rinvio, una delle ordinanze di carcerazione di Sabrina Misseri ordinando al Tribunale del Riesame di Taranto di rivalutare tutto il materiale indiziario e di rispondere a tutte le obiezioni della difesa di Sabrina. I supremi giudici con la sentenza bacchettano i giudici che hanno confermato la custodia in carcere di Sabrina. Non sostengono l’estraneità della ragazza all’omicidio di Sarah, ma criticano aspramente la circostanza di aver dato retta al racconto di Michele Misseri senza «alcuna verifica dei comportamenti da lui effettivamente tenuti» e soltanto riscontrando il suo racconto con le sue stesse dichiarazioni, mentre il procedimento di verifica deve essere «compiuto dall’esterno». La Suprema Corte, inoltre, accogliendo le obiezioni sollevate dalla difesa di Sabrina sui metodi usati dai magistrati nell’interrogatorio di Michele Misseri, rilevano che non è stato tenuto nel debito conto la «suggestionabilità» dell’uomo, il quale, ricorda la Cassazione, aveva già ricevuto dal gip il richiamo «a non mentire». Per la Cassazione nei confronti di Sabrina Misseri, i giudici del Tribunale del Riesame hanno sbagliato a scegliere sempre criteri di giudizio «a discapito dell’imputata» soprattutto quando c’era il «dubbio sul significato della prova». In proposito la Cassazione – nelle motivazioni con le quali ha ordinato al Tribunale del Riesame di rivalutare gli elementi indiziari a carico di Sabrina Misseri – sottolinea che «in materia di libertà personale se due ipotesi sono egualmente sostenibili, se due significati possono parimenti essere attribuiti a un dato deve privilegiarsi quello più favorevole all’imputato, che può essere accantonato solo ove risulti inconciliabile con altri univoci elementi di segno opposto». Il colpo di scena, in quest’udienza, lo si deve però proprio a Misseri, che in aula ha reso delle dichiarazioni spontanee per accusarsi del delitto, scagionando la moglie e la figlia. Michele Misseri ha spiegato al gup che la sua confessione davanti al gip Martino Rosati il 15 ottobre 2010, in cui accusava le due donne di aver preso parte al delitto, era stata volutamente falsata, sotto consiglio del suo ex avvocato difensore, Daniele Galoppa, e della criminologa Roberta Bruzzone, consulente della difesa di Michele nell’autunno 2010. I due, secondo Misseri, lo avrebbero «indotto, durante un colloquio a dare una versione diversa, perché così facendo avrebbe dimostrato che si era trattato di un incidente e quindi lui e la figlia se la sarebbero cavata con pene irrisorie».

L’assoluzione delle imputate Sabrina Misseri e Cosima Serrano, avrebbe avvalorato la versione di Michele e messo nei guai la bionda consulente ed in imbarazzo i programmi in cui questa svolge le comparsate, l’avvocato che rilascia interviste su quei programmi ed i magistrati che li sostengono.

E comunque è da censurare il fatto comunque siano andate le cose: sia che per salvarsi si accusi la figlia; sia che ci si faccia abbindolare facilmente.

Giovanni Buccolieri. Naturalmente parlo dei parenti di Giovanni Buccolieri che in corte d’assise non hanno ceduto alle spallate dell’accusa e insistito nel dire che in famiglia si era sempre parlato di un sogno e non di un fatto realmente accaduto. A questo proposito bisognerebbe che almeno l’attuale pubblica accusa, ma dovrebbero farlo anche tutti gli italiani, si chiedesse il motivo per cui quelle persone continuino, come il fiorista non imputato in questo processo, a perseverare con una versione che per loro comporta solo notevoli spese legali. Per quale motivo i parenti del fiorista, come il fiorista stesso, se sanno di mentire continuano ad insistere su una versione che li ha visti condannati? L’unica risposta plausibile e che non stanno affatto mentendo, che davvero alla famiglia (ma anche agli amici) Giovanni Buccolieri ha sempre parlato di un sogno. Apro una parentesi per informarvi del fatto che solo il sei giugno 2015 si sono chiuse le indagini sul sogno del fiorista. Ai Pm ci sono voluti tre anni per capire se Buccolieri mentiva o meno, un’eternità per un fatto del genere che non necessitava di perizie tecniche. Un’eternità investigativa se paragonata ai nove mesi bastati per chiudere le indagini sulla morte di Sarah. Ma in fondo, a chi non soffre di pregiudizio è chiaro il motivo per cui la procura non abbia portato ancora a processo il fiorista. Se un giudice avesse già giudicato Giovanni Buccolieri, magari dichiarandolo innocente perché davvero spinto a firmare un verbale che non conteneva la verità, come poteva esistere un processo d’appello basato solo su quel sogno trasformato in realtà? E questa è la contraddizione delle contraddizioni. Un processo minore che dovrebbe essere celebrato prima per capire se il maggiore ha motivo di esistere, visto che il minore funge da stampella che sorregge l’accusa nel maggiore, forse non sarà neppure celebrato perché si porterà avanti sino alla prescrizione, ormai sicura data la durata delle indagini, per fare in modo che non incida in alcun modo nel processo maggiore. Potrebbe capitare, quindi, che le Misseri vengano condannate definitivamente senza che la giustizia ci dica se Giovanni Buccolieri ha sognato oppure visto realmente. E data questa grave incongruità, fa strano che nella prima udienza d’appello le contraddizioni le abbia trovate chi sostiene l’accusa, il sostituto procuratore Antonella Montanaro.

Franco Coppi: Il fioraio Giovanni Buccolieri non è credibile. Tutti i testimoni sentiti parlano di un sogno. Anche Vanessa Cerra, figlia di Anna Pisanò e presunta amante del fioraio, ha detto che l’episodio del rapimento era un sogno a lei raccontato dal suo datore di lavoro.

E comunque è da censurare il fatto comunque siano andate le cose: sia che si siano divulgati fatti comparsi in sogno; sia che si ritratti fatti che non siano frutto di un sogno.

Anna Pisanò. La Cassazione spiega il perchè dell’annullamento con rinvio, per nuovo esame, dell’ordinanza di conferma della carcerazione di Sabrina Misseri, emessa dal Tribunale del riesame. E lo fa bacchettando i giudici del Tribunale che hanno confermato l’arresto di Sabrina, perchè hanno dato retta al racconto di Michele Misseri senza alcuna verifica dei comportamenti da lui effettivamente tenuti. Le sette versioni differenti fornite da Michele Misseri “tra di loro incompatibili e contrapposte” sono la dimostrazione – secondo la Cassazione – dell’ “inattendibilità” del padre di Sabrina. Inoltre, secondo la Cassazione è necessario approfondire le dichiarazioni dell’amica di Sabrina, Anna Pisanò, la retrodatazione dell’orario del delitto, il movente sessuale che potrebbe aver spinto Michele Misseri all’omicidio della 15enne e quello della gelosia per Ivano Russo. I supremi giudici, infatti, non ritengono che Russo sia stato l’elemento scatenante dell’omicidio di Sarah ad opera di Sabrina. La Cassazione ordina quindi al Tribunale del Riesame di Taranto di procedere ad un nuovo esame della vicenda.

A questo punto L’avv. Nicola Marseglia, l’avvocato del foro di Taranto difensore di Sabrina Misseri, smonta pezzo pezzo alcuni di questi testi tra cui quelli principali come Anna Pisanò che raccontò di aver visto Sarah imbronciata a casa Misseri, la mattina del 26 agosto, e Mariangela Spagnoletti che, nel pomeriggio, arrivò in via Deledda e dichiarò di aver visto già fuori da casa Sabrina. La Pisanò, dice il difensore della giovane imputata, stranamente è in mezzo a diversi episodi di questa inchiesta. Anna Pisanò la definisce il prodotto esemplare di questo l processo mediatico. La Spagnoletti è pure una teste centrale e cambia tre volte versione, nella prima non fornisce neppure elementi «trascendentali» per le indagini. Tra i testimoni dell’accusa nei cui confronti Franco Coppi ha puntato l’indice accusatorio c’è Anna Pisanò, amica di Sabrina, definita “troppo precisa”, ma anche “personaggio perfido”. “Anna Pisanò – dice Coppi – è attratta dalle interviste.»

Di Antonio Giangrande

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TARANTO: LA GUERRA DEI MAGISTRATI CONTRO L’ILVA.

TARANTO: LA GUERRA DEI MAGISTRATI CONTRO L’ILVA.

Di seguito sono pubblicati dei brani tratti dal libro di Antonio Giangrande “Taranto. Quello che non si osa dire”.

Editoriali non proni alla magistratura tarantina che meritano di essere conosciuti dal grande pubblico al di là del limite territoriale.

Chi spiegherà al pm Carbone di sinistra (espressione di Area: Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia) che le leggi si applicano e si rispettano, e non si contestano? Scrive “Il Corriere del Giorno” il 6 luglio 2015. “No comment e musi lunghi tra i magistrati tarantini all’indomani dell’ennesimo decreto del governo salva Ilva, l’ottavo, che dissequestra l’altoforno 2 dell’Ilva di Taranto, azzerando il provvedimento cautelare era stato deciso dalla procura dopo l’incidente dell’8 giugno scorso in cui ha perso la vita l’operaio trentacinquenne, Alessandro Morricella, investito da una colata di ghisa fusa. Per il magistrato inquirente prima, e per il gip dopo, l’impianto non era sicuro pertanto doveva essere fermato per evitare altri incidenti mortali. Questa presunta pericolosità è ora scomparsa per decreto” secondo quanto racconta il Corriere del Mezzogiorno, cioè l’edizione barese del Corriere della Sera – “Ad esprimere il malessere che serpeggia tra i magistrati tarantini, ma non solo, è il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Maurizio Carbone, egli stesso pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Taranto.”. Il segretario dell’Associazione nazionale dei magistrati, dimenticando che le Leggi si rispettano ed applicano…contesta quanto deciso dal Governo ed avvallato dal Presidente della Repubblica sostenendo che “Il caso ILVA – dice – è la dimostrazione di come il legislatore tuteli l’interesse economico rispetto ad altri interessi come quelli sulla sicurezza dei lavoratori e della tutela ambientale». Il segretario dell’Anm – sempre secondo il Corriere del Mezzogiorno – mette in luce una pericolosa spaccatura tra i due poteri dello Stato. “Tutto questo – continua Carbone – crea una ulteriore contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo sulla base di una evidente e più volte dimostrata priorità di quest’ultimo verso la tutela economiche rispetto ad altri diritti….  Ognuno –ha concluso Carbone – valuta le situazioni a modo suo. Certo è che scelte come questa sull’ ILVA, da parte della politica, non possono che lasciare perplessi e destare preoccupazione e non soltanto tra gli operatori della giustizia». Il dottor Carbone non spende nessuna parola però sulla circostanza che non risulta che  la Procura e tantomeno il gip abbiano richiesto a dei periti (da nominare)  una perizia tecnica sull’incidente mortale, nè tantomeno il magistrato si sofferma sulla circostanza che i soliti giornalisti “ventriloqui” di Palazzo Giustizia , abbiano censurato quanto circola in ambienti industriali interni (fornitori e dipendenti) allo stabilimento siderurgico dell’ ILVA, e cioè che il tragico incidente occorso all’operaio Alessandro Morricella sia stato provocato e determinato in realtà da comportamenti operativi di alcuni operai, molto lontani dalle note vigenti disposizioni aziendali in materia di sicurezza .  Comportamenti analoghi a quelli che proprio nei giorni scorsi hanno portato alla condanna di alcuni operai dell’ILVA, responsabili di “scherzi” poco piacevoli ad un loro collega. Secondo nostre fonti confidenziali infatti, sembrerebbe che l’operaio deceduto non indossasse l’abbigliamento tecnico di sicurezza necessario sul posto di lavoro, di cui infatti nei primi rilievi di polizia giudiziaria dicono non ci sia alcuna traccia. Ma tutto questo nessuno lo dice e racconta. Come nessuno in Procura si meraviglia che il marito di un magistrato ricopra incarichi di gestione e rappresentanza societaria in aziende municipali e pubbliche. O di altro “professionista” tarantino legato ad un altro magistrato che vive, lavora e guadagna fior di quattrini (letteralmente) grazie alle CTU cioè le “perizie” affidategli dal Tribunale di Taranto, come questo quotidiano in un recente articolo ha già raccontato e denunciato. Di questi conflitti d’interesse, l’Associazione Nazionale dei Magistrati ed il suo segretario none parlano. Strano vero? Poi qualcuno si meraviglia che in un recente passato a Taranto siano stati arrestati un magistrato ed un giudice! Tutto ciò probabilmente spiega anche le ragioni per cui il dr.Cataldo Motta, Procuratore della Repubblica di Lecce, che regge anche il vertice della Direzione Distrettuale Antimafia che sovrintende per competenza sul territorio di Taranto, ha ottenuto dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura con parere favorevole del Ministro di Giustizia, la deroga a reggere il suo incarico sino al 2017. Mentre invece per il dr. Franco Sebastio, procuratore capo della repubblica di Taranto, la deroga non è arrivata. P.S. nel frattempo attendiamo ancora risposta ad una richiesta “pubblica” al dr. Sebastio di intervista da video filmare (invito che estendiamo anche al dr. Carbone). O forse le nostre domande scomode danno un pò di fastidio…?

La “guerra” dei magistrati di Taranto al risanamento in corso dell’ILVA, scrive il 14 luglio 2015 Antonello de Gennaro su “Il Corriere del Giorno”. Mentre il Governo Renzi è impegnato a reperire i fondi e le garanzie per portare a compimento il risanamento ambientale dello stabilimento siderurgico dell’ILVA di Taranto, ed a garantire lavoro e stipendio a circa 18.000 famiglie, in Tribunale a Taranto il pubblico ministero Antonella De Luca ed il Gip Martino Rosati, avevano disposto secondo noi con “leggerezza”  la chiusura dello stabilimento tarantino in conseguenza della morte dell’operaio  Alessandro Morricella, dimenticandosi che i tecnici dello  Spesal dell’Asl  Taranto dopo il sopralluogo immediato all’incidente, non avevano ordinato il fermo immediato dell’impianto, ma soltanto imposto delle prescrizioni di sicurezza “da attuare in 60 giorni” . Prescrizioni che sono state immediatamente recepite ed attuate dall’azienda. Come non dare ragione allo Confindustria di Taranto quando sostiene che “risanare un’azienda diventa impossibile se l’unica risoluzione da adottare rimane la sua chiusura”? E come restare silenti, quando il Governo Renzi interviene per evitare la chiusura dello stabilimento e l’esplosione sociale e civile di una città sull’orlo del fallimento economico? Come è accettabile dover vedere i commissari del Governo ed i legali del più grosso stabilimento siderurgico d’Europa costretti a fronteggiare alcuni recenti provvedimenti esagerati da parte di qualche magistrato che ci sembra molto solerte, a far uscire i propri atti sui giornali, invece di limitarsi ad applicare e rispettare le Leggi. Ma non è finita. Sapete cosa accade nel Tribunale di Taranto? Un giudice per le indagini preliminari si rivolge alla Corte Costituzionale sostenendo che il decreto “Salva Ilva” con cui è stata disposta la produzione siderurgica attraverso l’utilizzo dell’Afo 2 sarebbe “incostituzionale”.  Opinione e decisione rispettabile dal punto di vista formale. Ma a dir poco assurda dal punto di vista del dovuto rispetto istituzionale nei confronti dei “poteri” dello Stato. Di chi viene eletto per legiferare. Oggi, infatti, il gip Martino Rosati, ha sollevato nei confronti dell’ultimo decreto “salva Ilva” la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 3 del decreto legge del 4 luglio 2015, numero 92, in relazione agli 2, 3, 4, 32 comma 1, 41, comma 2 e 112 della Costituzione italiana. Con un ricorso di quattordici pagine, il gip tarantino intende confutare la sostanza dell’ultimo decreto legge del Governo che è stato attuato per evitare all’ ILVA di dover di fatto chiudere la fabbrica, con conseguenti drammi occupazionali ed economici, non solo sull’occupazione locale, ma su tutta la filiera produttiva in Italia. Il giudice, nella sua memoria, sostiene che nulla è stato previsto per la “tutela dei lavoratori e per garantire la sicurezza nell’impianto”, dal momento che l’unico obiettivo, appunto, sembra essere quello di anestetizzare gli effetti dell’intervento della magistratura di Taranto. Affermazioni pesanti e gravi che cozzano non solo contro il decreto di Palazzo Chigi, ma anche contro la relazione tecnica dello Spesal dell’ASL Taranto, cioè di tecnici che ci auguriamo abbiano più competenze tecniche operative in materia di sicurezza dei magistrati e giudici, che non a caso fanno un altro lavoro. Inoltre il pubblico ministero De Luca ed il Gip Rosati ci sembrano aver dimenticato in merito al tragico incidente che l’inchiesta sulla morte di Morricella non si è ancora conclusa, così come non sono state ancora accertate delle inconfutabili comprovate omissioni, cioè responsabilità dell’azienda sull’incidente mortale. Lo stesso gip tarantino sostiene “non manifestamente infondata” la questione di legittimità costituzionale della norma e scrive che “su un assetto normativo siffatto che si vorrebbe ispirare a quello del decreto legge 207 del 2012 ma che non gli somiglia affatto, se non nell’obiettivo di neutralizzare gli effetti di una pronuncia giurisdizionale, s’impone dunque al giudice di invocare lo scrutinio di legittimità”. In conseguenza del ricorso del gip (ma il Presidente del Tribunale, il capo dei Gip l’hanno condivisa? n.d.a.) è conseguenziale la sospensione del giudizio in corso attivato dai legali di ILVA Spa in amministrazione straordinaria.  Quindi gli atti saranno trasmessi alla Corte Costituzionale, e l’iniziativa verrà comunicata per dovuta conoscenza al presidente della Repubblica Mattarella. Il decreto “salva Ilva” ci corre obbligo ricordarlo, ha solo evitato che il sequestro senza facoltà d’uso ordinato dalla Procura di Taranto a seguito dell’incidente mortale spegnesse l’impianto e di fatto “paralizzasse” lo stabilimento siderurgico. Peraltro l’ILVA, sempre secondo il decreto, è tenuta ad informare all’autorità giudiziaria come intende intervenire sull’ Afo2 (l’altoforno 2) per renderlo più sicuro mediante l’adozione di “misure e attività aggiuntive anche di tipo provvisorio”. Peraltro per attuare tutto ciò il decreto contestato dal gip Rosati, non concedeva molto tempo all’azienda considerato che il piano va presentato all’autorità giudiziaria entro 30 giorni dal sequestro (siamo quindi nel pieno del periodo previsto) e gli interventi devono essere effettuati entro 12 mesi. Non a caso giorni fa l’ILVA ha annunciato che si sarebbe subito messa al lavoro. Ma i giudici tarantini non si accontentavano di tutto ciò…. Ma qual è il “ruolo”, il compito dei magistrati? Proprio secondo Mattarella non sarebbe né di protagonisti, né di burocrati. Quello del magistrato, per il Capo dello Stato, che presiede il Csm, deve essere “un compito né di protagonista assoluto del processo né di burocratico amministratore di giustizia. Si tratta di due atteggiamenti che snaturano la fisionomia della funzione esercitata”. A questo proposito Mattarella ha voluto ricordare “il monito di Calamandrei”: “Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici è quello dell’assuefazione, dell’indifferenza burocratica, dell’irresponsabilità anonima”. I tre obblighi da ottemperare: equità, imparzialità, tempestività. Mattarella ha indicato tre necessità per la giustizia italiana: “L’ordinamento della Repubblica esige che il magistrato sappia coniugare equità e imparzialità, fornendo una risposta di giustizia tempestiva per essere efficace, assicurando effettività e qualità della giurisdizione”. La domanda che è lecita porsi è secondo noi anche la seguente: e se la Corte Costituzionale dovesse smentire il supposto del Gip e rigettare il ricorso, avrà questo Giudice il dr. Martino Rosati la coerenza di dimettersi, di lasciare la magistratura?  E se qualche impresa, o la stessa ILVA in amministrazione straordinaria a causa dei ritardi conseguenti a tali attività di contrasto al decreto legge da parte del Gip, dovessero fallire, e decidessero di intraprendere un’azione civile risarcitoria (ora consentita dalla Legge) nei confronti del Pubblico Ministero e del Giudice per le indagini preliminari, cosa farebbero i magistrati “schierati”, cioè politicizzati? Griderebbero al “colpo di stato” come fanno ogni volta che gli si ricorda che il loro “potere” non può e non deve essere un potere assoluto, e che in realtà il loro compito è solo quello di applicare la Legge?  Purtroppo ne siamo quasi certi…Abbiamo trovato un’intervista apparsa sul quotidiano IL GIORNALE dello scorso 16 giugno 2014, che vi offriamo in lettura e riproduciamo integralmente di seguito. Vale la pena leggerla sino in fondo, in quanto contiene valutazioni dell’alto magistrato Corrado Carnevale, ex Presidente di sezione della Corte di Cassazione che sicuramente ha più esperienza e competenza dei suoi colleghi tarantini. Ed anche di chi scrive. Questa scomparsa è il suo unico cruccio. Sulle mascalzonate subite, fa il filosofo. «Che sentimenti ha verso Caselli?», gli ho chiesto. «Nessuno», ha detto col tono di chi non dà spazio al superfluo. Il mobbing giudiziario lo ha inseguito anche nello studio dove sediamo. Un giorno scoprì che il telefono era isolato. Avvertì la Sip e vennero due tipi che armeggiarono un po’. «Quanto devo?» chiese alla fine. «È gratis, giudice», fu la risposta. «Come facevano a sapere che ero giudice?», sorride oggi Carnevale. Così, intuì che era stato un trucco per mettergli delle cimici e spiarlo in casa, non avendo potuto scoprire nulla con le normali intercettazioni. Fatica sprecata: anche le cimici confermarono il galantuomo. Carnevale è passato alla storia come l’Ammazza­sentenze per avere annullato, da presidente di Cassazione, sentenze infarcite di svarioni.  Alcune riguardavano mafiosi, il che scatenò polemiche. Ma la caratteristica di Carnevale è di essere inflessibile sul rispetto integrale della legge. Ho isolato le seguenti frasi della nostra chiacchierata che sono il cuore del suo credo: «Un giudice che ha dubbi su una norma, può chiedere alla Consulta di cancellarla. Ma finché la norma c’è, la deve rispettare. Gli piaccia o non gli piaccia. Non può scegliere, le deve rispettare tutte. Non può inseguire le sue chimere (salvare il mondo, ndr), fossero anche le più nobili. Suo unico compito è applicare tutte le regole che l’ordinamento si è posto». Da scolpire nella pietra.

Il punto molle del processo penale è la troppa vicinanza del giudice al pm, a scapito della difesa.

«Il nodo è chi ha permesso questa vicinanza. Ossia la politica che ha consentito all’Anm di tutto e di più. Non c’è ormai alcun controllo sull’idoneità dei magistrati. Basta che appartengano alla giusta corrente e hanno carta bianca».

Che rapporto ha avuto con l’Anm?

«Mi dimisi nel 1957, quattro anni dopo l’ingresso in magistratura. Capii subito che non si battevano per la giustizia ma per soldi e prebende, nonostante il loro trattamento fosse già il più favorevole».

Separazione delle carriere?

«Per farlo, bisogna cambiare la Costituzione. Ma nulla vieta di impedire da subito a pm e giudici di passare da una funzione all’altra, come oggi sciaguratamente succede».

Una scuola post-laurea per pm, giudici, avvocati?

«Perfettamente inutile. Il problema è di cultura generale, non di cultura giuridica».

Più ingressi di prof e avvocati in magistratura?

«Non serve a nulla, come dimostra il Csm in cui un terzo dei membri è composto di docenti e avvocati, scelti dal Parlamento, che però si adeguano puntualmente all’andazzo».

A che serve il Csm?

«Alla carriera dei magistrati appartenenti alle correnti giuste».

Come va riformato?

«Estraendo a sorte i membri. Che oggi sono invece scelti dalle correnti di Anm tra i più supini ai loro diktat».

Com’è che lei, considerato un cannone, invece di essere il fiore all’occhiello dei colleghi ha rischiato da loro la galera?

«È accaduto appena ho diretto uffici. Terminavo in tre mesi, ciò che gli altri facevano in un anno. Ero la prova che i loro alibi ­ scarsità di mezzi, troppe liti, mancanza di carta igienica – era il tentativo di addebitare alla politica le proprie lacune».

Per questo volevano rovinarle la vita?

«Temevano che potessi salire tanto in alto da influire sul loro lassismo. È la logica dell’invidia».

Quello di Caselli, dopo le calunnie di Mutolo, fu atto dovuto o smania di annichilirla?

«Atti dovuti non esistono. L’attendibilità dei mafiosi va controllata con rigore, nonostante la teoria di Falcone che i pentiti dichiarano sempre la verità. Si voleva colpire me».

In un grado del processo prese sei anni per concorso esterno. Che pensa di questo reato?

«Che non è configurabile. Il concorso esterno è un’invenzione che ha sostituito il “terzo livello” con il quale si pensava di colpire i politici».

Il fantomatico terzo livello…

«Il terzo livello non funzionò e si cambiò col concorso perché aveva una parvenza più giuridica. In diritto esisteva già la categoria del concorso e, a orecchio, lo si estese a “esterno”».

Se in Cassazione si fosse trovato davanti Dell’Utri, condannato a sette anni per concorso esterno, che avrebbe detto?

«Che non era ravvisabile quel reato perché la legge non lo prevede. Ciò non esclude però che i suoi comportamenti potessero avere un rilievo penale diverso».

Ai mafiosi si applica un diritto speciale: 41 bis, ecc. Costituzionale?

«Assolutamente no. I cittadini sono uguali davanti alla legge».

Contro il Cav c’è stato un eccesso di zelo?

«Berlusconi, come tutti i magnati, compreso Agnelli, è stato disinvolto, ma da imprenditore fu ignorato da Mani pulite. Entrò nel mirino da politico. Segno della politicizzazione della magistratura».

Come ricondurre le toghe nell’alveo?

«Oltre all’estrazione a sorte del Csm, va introdotta la responsabilità civile personale dei magistrati.

Esattamente ciò contro cui si batte in queste ore l’Anm».

Giudizio finale sullo stato della giustizia?

«Siamo tutti esposti a iniziative giudiziarie capricciose da Paese incivile. Un brutto modo di vivere il tempo che ci è dato su questa terra».

IO, MAGISTRATO OLTRAGGIATA. Signor Presidente, le comunico l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati. Il plauso da lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso. Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato. Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario. Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio. Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti. Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata. Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità. Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”. Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito. Il popolo saprà che è giusto così. E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato. L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso. Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”: «Il sistema dimostra di avere gli anticorpi». Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare. Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento. Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante. Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene? Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue? Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati? Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi? Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque? E quali i virus? E mi spieghi, ancora, quale sarebbe «il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione» che l’Associazione intenderebbe promuovere? Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare. Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte. E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli. Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana. La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato. Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione. Non gli orticelli privati. Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani. Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti. So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità. Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro. Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione. Io preferisco rappresentarmi da sola. Gabriella Nuzzi, Sostituto Procuratore Salerno (tratta dall’edizione salernitana de “Il Mattino).

Di Antonio Giangrande

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