Fognature, depuratori, allacci e salassi.

Fognature, depuratori, allacci e salassi.
Con questa mia, tratto di un posto, ma è riferito a tutto il territorio pugliese: imposizione dei siti di raccolta e smaltimento delle acque nere, con l’aggravante dello scarico a mare, ed imposizione di salassi per servizi non resi.
Più volte, inascoltato, ho parlato del depuratore-consortile di Manduria-Sava, viciniori alla frazione turistica di Avetrana, con il progetto dello scarico a mare delle acque reflue. L’ho fatto come portavoce dell’associazione “Pro Specchiarica” (zona di recapito della condotta sottomarina di scarico) e come presidente nazionale della “Associazione Contro Tutte le Mafie”. Il progetto sul depuratore e sullo scarico a mare fu avviato dai sindaci di Manduria: da Antonio Calò e proseguito da Francesco Saverio Massaro, Paolo Tommasino, Roberto Massafra. I governatori e le giunte regionali hanno autorizzato i depuratori e gli scarichi a mare, (quindi non solo quello consortile di Manduria-Sava posto a confine al territorio di Avetrana e sulla costa). I vari governatori sono stati Raffaele Fitto del centro destra e Nicola Vendola del centro sinistra. Entrambi gli schieramenti hanno preso per il culo (intercalare efficace) le cittadinanze locali, preferendo fare gli interessi dell’Acquedotto pugliese, loro ente foriero di interessi anche elettorali. Le popolazioni in rivolta, in particolare quelle di Avetrana, sono sobillate e fomentate da quei militanti politici che ad Avetrana hanno raccolto, prima e dopo l’adozione del progetto, i voti per Antonio Calò alle elezioni provinciali e per tutti i manduriani che volevano i voti di Avetrana. Il sindaco Luigi Conte, prima, e il sindaco Mario De Marco, dopo, nulla hanno fatto per fermare un obbrobrio al suo nascere. Conte ha pensato bene, invece, con i soldi pubblici, di avviare una causa contro Fitto per la riforma sanitaria. In più, quelli del centro destra e del centro sinistra, continuavano e continuano ed essere portatori di voti per Raffaele Fitto e per Nicola Vendola, o chi per loro futuri sostituti, e per gli schieramenti che li sostengono. Addirittura Pietro Brigante sostenitore dell’amministrazione Calò nulla ha fatto per rimediare allo scempio. Brigante, nativo di Avetrana e candidato sindaco proprio di Avetrana.
Ma oggi voglio parlare d’altro, sempre in riferimento all’acquedotto pugliese e al problema depurazione delle acque. In generale, però. Giusto per dire: come ci prendono per il culo (intercalare efficace).
Di questo come di tante altre manchevolezze degli ambientalisti petulanti e permalosi si parla nel saggio “Ambientopoli. Ambiente svenduto”. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.
L’acquedotto Pugliese ha fretta per l’inizio dei lavori del depuratore di Manduria e Sava e della relativa condotta sottomarina. L’ente idrico ricorda che i finanziamenti accordati dalla Regione Puglia per la realizzazione dell’opera già appaltata, sono fruibili entro il 31 dicembre del 2015. Quindi solo di speculazione si tratta: economica per l’AQP; politica per gli amministratori regionali in previsione delle elezioni regionali??
Si parla sempre di Depurazione e scarico in mare. Perché non si parla mai di Fitodepurazione? Perché non fornire agli operatori del settore significativi spunti di riflessione attorno ai vantaggi e alle opportunità reali della fitodepurazione? La fitodepurazione non è solo una tecnica naturale di rimozione degli inquinanti utilizzabile per i reflui di provenienza civile, industriale ed agricola: è, allo stesso tempo, strumento efficace di miglioramento e salvaguardia ambientale. Rappresenta, altresì, una risposta concreta ed economicamente interessante nella gestione delle acque di scarico di derivazione civile ed industriale. Invece no. Nulla si guadagnerebbe!
Ma andiamo avanti. Il Sindaco di Avetrana Mario De Marco con Ordinanza n. 7 del 15 aprile 2014 Prot. n. 2543, impone l’allaccio obbligatorio alla rete fognaria entro luglio 2014. Tutto il paese è nel panico per quanto riguarda le opere di allaccio, tenuto conto che la maggior parte sono vecchie case ed i collegamenti partono dalla parte posteriore delle abitazioni. Migliaia di euro di spesa. Il Sindaco è a posto. I cittadini, no!
Ma la beffa è che, per chi più onesto degli altri è stato pronto a contrarre il servizio, rispetto ad altri più riottosi o addirittura omittenti, dal 1° maggio 2014 gli sono addebitati in bolletta la quota fissa e variabile di fognatura e depurazione, per sé ed anche per i terremotati. Una mazzata. Peccato, però, che l’allaccio non c’è e non si sa quando ci sarà.
Quindi i depuratori si costruiscono con i finanziamenti regionali e il servizio si paga anche se non c’è? Mi chiedo dove si impara a fare impresa in questo modo. Vorrei sapere chi sono i docenti.
Svista, speculazione, o cosa? Ma intanto il sindaco Mario De Marco è a posto con la sua coscienza e la sua responsabilità amministrativa. Così come per il depuratore di Manduria, vale anche per il depuratore di Avetrana.
Imposizione dei siti di raccolta e smaltimento delle acque nere, con l’aggravante dello scarico a mare ed imposizione di salassi per servizi non resi. Spero che questo succeda solo ad Avetrana, perché se succede in tutta la Puglia (e a me risulta di sì), be’ stiamo proprio freschi e salassati!
Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
http://www.controtuttelemafie.it e http://www.telewebitalia.eu
099.9708396 – 328.9163996
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LE DONNE IMMIGRATE PER I GIORNALISTI? MEGLIO SCHIAVE CHE PUTTANE.

LE DONNE IMMIGRATE PER I GIORNALISTI? MEGLIO SCHIAVE CHE PUTTANE.
Processo alla stampa. Un nuovo capitolo riempie il saggio “MEDIOPOLI. DISINFORMAZIONE. CENSURA ED OMERTA’”. Il libro di Antonio Giangrande.
La cronaca è fatta di paradossi. Noi avulsi dalla realtà, manipolati dalla tv e dai giornali, non ce ne accorgiamo. I paradossi sono la mia fonte di ispirazione e di questo voglio rendere conto.
In Italia dove tutto è meretricio, qualche ipocrita fa finta di scandalizzarsi sull’esercizio della professione più antica del mondo. L’unica dove non si ha bisogno di abilitazione con esame di Stato per render tutti uniformi. In quell’ambito la differenza paga.
Si parla di sfruttamento della prostituzione per chi, spesso, anziché favorire, aiuta le prostitute a dare quel che dagli albori del tempo le donne danno: amore. Si tace invece della riduzione in schiavitù delle badanti immigrate rinchiuse in molte case italiane. Case che, più che focolare domestico, sono un vero e proprio inferno ad uso e consumo di familiari indegni che abbandonano all’ingrato destino degli immigrati i loro cari incapaci di intendere, volere od agire.
Di questo come di tante altre manchevolezze dei media petulanti e permalosi si parla nel saggio “Mediopoli. Disinformazione. Censura ed omertà”. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.
Un esempio. Una domenica mattina di luglio, dopo una gara podistica a Galatone in provincia di Lecce, nel ritorno in auto lungo la strada Avetrana-Nardò insieme a mio figlio ed un altro amico intravediamo sedute sotto il solleone su quelle sedie in plastica sul ciglio della strada due figure familiari: le nostre vicine di casa. Non ci abbiamo mai parlato, se non quando alla consuetudinaria passeggiata serale di uno dei miei cani una di loro disse: che bello è un chow chow! Ciò me li rese simpatiche, perché chi ama gli animali sono miei amici.
Poi poverette sono diventate oggetto di cronaca. I loro nomi non c’erano. Ma sapevo trattarsi di loro.
“I carabinieri di Avetrana hanno denunciato un 31enne incensurato poiché sorpreso mentre prelevava due giovani rumene dal loro domicilio di Avetrana per condurle a bordo della sua autovettura, nella vicina località balneare di Torre Lapillo del comune di Porto Cesareo (Le), dove le donne esercitavano la prostituzione – scrivevano il 22 agosto 2014 “La Voce di Manduria” e “Manduria Oggi” – I militari, che da diversi giorni monitoravano gli spostamenti dell’uomo, ieri mattina, dopo aver pedinato a bordo di auto civetta, lungo tutto l’itinerario che dal comune di Avetrana conduce alla località balneare salentina, decidevano di intervenire bloccando l’autovettura con a bordo le due giovani ragazze ed il loro presunto protettore, proprio nel punto in cui le donne quotidianamente esercitavano il meretricio. Accompagnati in caserma, le rumene di 22 anni sono state solo identificare mentre l’uomo è stato denunciato in stato di libertà alla Procura della Repubblica di Taranto, con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione. Lo stesso è stato inoltre destinatario del foglio di via obbligatorio dal comune di Avetrana per la durata di tre anni.”
Tutto a caratteri cubitali, come se fosse scoppiato il mondo. E’ normale che succeda questo in una Italia bigotta e ipocrita, se addirittura i tassisti sono condannati per aver accompagnato le lucciole sul loro posto di lavoro e ciò diventa notizia da pubblicare. Le stesse ragazze erano state oggetto di cronaca anche precedentemente con un altro accompagnatore.
“Ai domiciliari un 50enne di Gallipoli per favoreggiamento della prostituzione. Le prostitute, che vivono ad Avetrana, venivano accompagnati lungo la strada per Nardò,” scriveva ancora il 18 luglio 2014 “Manduria Oggi”.
“Accompagnava le prostitute sulla Nardò-Avetrana in cambio di denaro. Ai domiciliari 50enne gallipolino”, scriveva il 17 luglio 2014 il “Paese Nuovo”.
“I militari della Stazione di Nardò hanno oggi tratto in arresto, in flagranza di reato, MEGA Giuseppe, 50enne di Gallipoli, per il reato di favoreggiamento della prostituzione. Nell’ambito dei controlli alle ragazze che prestano attività di meretricio lungo la provinciale che collega Nardò ad Avetrana, i Carabinieri di Nardò, alcune settimane orsono, avevano notato degli strani movimenti di una Opel Corsa di colore grigio. Pensando potesse trattarsi non di un cliente ma di uno sfruttatore o comunque di un soggetto che favorisse la prostituzione, i militari hanno iniziato una serie di servizi di osservazione che hanno permesso di appurare che il MEGA, con la propria autovettura, accompagnava sul luogo del meretricio diverse ragazze, perlopiù di etnia bulgara e rumena. I servizi svolti dai militari di Nardò hanno permesso di appurare che quotidianamente il MEGA, partendo da Gallipoli, si recava in Avetrana, dove le prostitute vivevano e ne accompagnava alcune presso la provinciale Nardò – Avetrana, lasciandole lì a svolgere il loro “lavoro” non prima però di aver offerto loro la colazione in un bar situato lungo la strada. Per cui, avendo cristallizzato questa situazione di palese favoreggiamento dell’attività di prostituzione, nella mattinata odierna i militari di Nardò, dopo aver seguito il MEGA dalla sua abitazione e averlo visto prendere le due prostitute, lo hanno fermato nell’atto di lasciarle lungo la strada e lo hanno portato in caserma assieme alle due ragazze risultate essere di nazionalità rumena. Queste ultime hanno confermato di svolgere l’attività di prostituzione e di pagare il MEGA per i “passaggi” che offre loro. Viste le risultanze investigative, il MEGA è stato tratto in arresto per favoreggiamento della prostituzione e, su disposizione del P.M. di turno, dott. Massimiliano CARDUCCI, è stato posto ai domiciliari presso la sua abitazione”.
Come si evince dal tono e dalla esposizione dei fatti, trattasi palesemente di una velina dei carabinieri, riportata pari pari e ristampata dai giornali. Non ci meravigliamo del fatto che in Italia i giornalisti scodinzolino ai magistrati ed alle forze dell’ordine. E’ un do ut des, sennò come fanno i cronisti ad avere le veline o le notizie riservate e segrete.
Fatto sta che le povere ragazze appiedate, (senza auto e/o patente) proprio affianco al dr Antonio Giangrande dovevano abitare? Parafrasi prestata da “Zio Michele” in relazione al ritrovamento del telefonino: (proprio lo zio lo doveva trovare….). Antonio Giangrande personaggio noto ai naviganti web perché non si fa mai “i cazzi suoi”. E proprio a me medesimo chiedo con domanda retorica: perché in Italia i solerti informatori delegati non fanno menzione dei proprietari delle abitazioni affittate alle meretrici? Anche lì si trae vantaggio. I soldi dell’affitto non sono frutto delle marchette? Silenzio anche sui vegliardi, beati fruitori delle grazie delle fanciulle, così come il coinvolgimento degli autisti degli autobus di linea usati dalle ragazze quando i gentili accompagnatori non sono disponibili.
Un fatto è certo: le ragazze all’istante sono state sbattute fuori di casa dal padrone intimorito.
Che fossero prostitute non si poteva intuire, tenuto conto che il disinibito abbigliamento era identico a quello portato dalle loro italiche coetanee. Lo stesso disinibito uso del sesso è identico a quello delle loro italiche coetanee. Forse anche più riservato rispetto all’uso che molte italiane ne fanno. Le cronache spesso parlano di spudorate kermesse sessuali in spiaggia o nelle piazze o vie di paesi o città. Ma questo non fa scandalo. Come non fa scandalo il meretricio esercitato dalle nostre casalinghe in tempo di crisi. Si sa, lo fanno in casa loro e nessuno li può cacciare, nè si fanno accompagnare. Oltre tutto il loro mestiere era usato dalle ragazze rumene per mangiare, a differenza di altre angeliche creature che quel mestiere lo usano per far carriere nelle più disparate professioni. In modo innocente è la giustifica per gli ipocriti. Giusto per saltar la fila dei meritevoli, come si fa alla posta. E magari le furbe arrampicatrici sociali sono poi quelle che decidono chi è puttana e chi no!
Questa mia dissertazione non è l’apologia del reato della prostituzione, ma è l’intento di dimostrare sociologicamente come la stampa tratta alcuni atteggiamenti illegali in modo diseguale, ignorandoli, e di fatto facendoli passare per regolari.
Quando il diavolo ci mette la coda. Fatto sta che dirimpettai a casa non ne ho. C’è la scuola elementare. Ma dall’altro lato della mia abitazione c’è un vecchio che non ci sta più con la testa. Lo dimostrano le aggressioni gratuite a me ed alla mia famiglia ogni volta che metto fuori il naso dalla mia porta e le querele senza esito che ne sono conseguite. Però ad Avetrana il TSO è riservato solo per “Zio Michele Misseri”, sia mai che venga creduto sulla innocenza di Cosima e Sabrina. Dicevo. Queste aggressioni sono situazione che hanno generato una forte situazione di stalking che limita i nostri movimenti. Bene. Il signore in questione (dico quello, ma intendo la maggior parte dei nostri genitori ormai inutili alla bisogna tanto da non meritare più la nostra amorevole assistenza) ha da sempre delle badanti rumene, che bontà loro cercano quanto prima di scappare. Delle badanti immigrate nessuno mai ne parla, né tanto meno le forze dell’ordine hanno operato le opportune verifiche, nonostante siano intervenuti per le mie chiamate ed abbiano verificato che quel vecchietto le poverette le menava, così come spesso tentava degli approcci sessuali.
Rumene anche loro, come le meretrici. Ma poverette non sono puttane e di loro nessuno ne parla. In tutta Italia queste schiave del terzo millennio sono pagate 500 o 600 euro al mese a nero e per 24 ore continuative, tenuto conto del fatto che sono badanti di gente incapace di intendere, volere od agire. Sono 17 euro al giorno. 70 centesimi di euro all’ora. Altro che caporalato. A queste condizioni non mi meraviglio nel vedere loro rovistare nei bidoni dell’immondizia. A dormire, poi, non se ne parla, in quanto il signore, di giorno dorme e di notte si lamenta ad alta voce, per mantenere sveglia la badante e tutto il vicinato. Il paradosso è che il signore e la sua famiglia sono comunisti sfegatati da sempre, pronti, a loro dire, nel difendere i diritti del proletariato ed ad espropriare la proprietà altrui. Inoltre non amano gli animali. Ed è tutto dire.
Le badanti, purtroppo non sono puttane, ma semplici schiave del terzo millennio, e quindi non meritevoli di attenzione mediatica.
Delle schiave nelle italiche case nessuno ne parla. Perché gli ipocriti italiani son fatti così. Invece dalle alle meretrici. Zoccole sì, ma persone libere e dispensatrici di benessere. Se poi puttane non lo sono affatto, le donne lo diventano con l’attacco mediatico e gossipparo.
«Marita Bossetti massacrata con il gossip. Accusata gratuitamente di avere due amanti. Ma cosa c’entra questo con l’omicidio di Yara? – si chiede Vittorio Feltri su “Il Giornale” il 21 agosto 2014 – Siamo basiti. Ieri apriamo il Corriere della Sera a pagina 17 e leggiamo il seguente titolo: «Due uomini dai pm: siamo stati amanti di Marita Bossetti». Chi è costei? La moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, sospettato di essere l’assassino di Yara Gambirasio, l’adolescente di Brembate (Bergamo), in galera da un paio di mesi per via del suo Dna rilevato sul corpo della vittima. Non riassumiamo la vicenda perché è stata raccontata mille volte e supponiamo che il lettore ne sia a conoscenza. Ci limitiamo a esprimere stupore e indignazione davanti a questa ennesima incursione nella vita privata di una famiglia – quella dei Bossetti, appunto – che avrebbe diritto a essere lasciata in pace, ammesso che possa trovarne, avendo il proprio capo chiuso in una cella senza che esista la minima probabilità che questi reiteri il reato attribuitogli, inquini le prove (che non ci sono) e si appresti a fuggire, visto che in quattro anni non ha mai provato a farlo. Stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita. Hanno detto la verità o no? Non è questo il punto. La suddetta signora ha facoltà di fare ciò che vuole con chi vuole e quando vuole senza l’obbligo di giustificarsi con nessuno, tranne il marito. Perché le toghe ficcano il naso nelle mutande di una sposa già distrutta dagli eventi? A quale scopo? Sarebbe interessante che qualcuno ci spiegasse che c’entrano due supposte (non accertate) relazioni avute dalla donna in questione con il delitto di Yara commesso – forse – dal coniuge. Il gossip non ha alcuna importanza – fondato o infondato che sia – ai fini di accertare la verità. Questo lo capisce chiunque. Nonostante ciò, gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti. Cosicché questi, oltre a essere inguaiato per un omicidio, nonché detenuto, adesso è anche formalmente cornuto agli occhi di chi si pasce di pettegolezzi. Non solo. Marita ha il suo uomo agli arresti, tre figli da mantenere (in assenza di un reddito), un futuro nebuloso, gli avvocati da pagare e, dulcis in fundo, ci ha smenato pure la reputazione passando ufficialmente (zero prove) per puttana. A voi, cari lettori, questa sembra un’operazione legittima? Comprendiamo la necessità degli investigatori di non trascurare alcun dettaglio nel tentativo di arrivare a capo dell’orrenda matassa, siamo altresì consapevoli che dal quadro familiare di Bossetti sia facile ricavare qualche indicazione utile all’inchiesta, ma prendere per buone le vanterie di un paio di tizi onde avvalorare l’ipotesi che la famiglia Bossetti fosse una specie di bordello, in cui ogni crimine poteva maturare, incluso un omicidio, è troppo. Trattasi di scorrettezza e di crudeltà. Un conto è sondare la vita di un imputato nella speranza di trovare una chiave per aprire la sua scatola nera, un altro è ricorrere a mezzucci degni di un giornaletto scandalistico e indegni, viceversa, di una giustizia decente. I giudici non devono guardare dal buco della serratura e raccogliere materiale da portineria, ma costruire un impianto accusatorio credibile, basato su indizi concreti e non su chiacchiericci volgari che distruggono l’immagine di gente innocente, comunque non direttamente implicata in un fatto di sangue. Alla signora Marita Bossetti e ai suo poveri figli, esposti al pubblico ludibrio a causa di una sciatteria istituzionale imperdonabile, va la nostra solidarietà. Siamo con loro in questo momento tormentato. Un’ultima osservazione. Noi del Giornale spesso siamo stati additati quali manovratori della macchina del fango. Faceva comodo a molti liquidarci così. Ora, davanti alla macchina produttrice di letame gossiparo, che massacra e lorda tante persone, tutti zitti. Zitti e complici».
«Yara, un caso nel caso: gossip estremo o strategia mediatica? Seguendo il corso delle indagini, la cronaca passa ora ai “raggi X” la vita della moglie di Bossetti: per soddisfare la curiosità dei lettori o per qualcos’altro? –Si chiede invece Marco Ventura su “Panorama” – “Massimo Bossetti, il presunto assassino di Yara”. Questa didascalia sul sito del Corriere della Sera, cronaca di Bergamo, dice tutto. Dice più di qualsiasi gossip allungato a giornalisti compiacenti che si prestano a fare da megafono dell’accusa pur di continuare a beneficiare di “presunti” scoop (dico “presunti” perché il giornalismo d’inchiesta all’americana, quello vero, non si affida a una sola fonte, non sposa acriticamente una sola parte, soprattutto si sviluppa anticipando le indagini, non si riduce a diffondere le veline degli inquirenti). Quella didascalia è un insulto alla Costituzione (e ai diritti di tutti noi in quanto potenziali Bossetti), perché “il carpentiere di Mapello”, come viene sbrigativamente inquadrato dai media, agli occhi della legge e a tutti gli effetti è l’opposto del “presunto assassino”. È, invece, un “presunto innocente”, sospettato di aver ucciso l’adolescente Yara Gambirasio. La didascalia accompagna le foto tratte dalla pagina Facebook dell’uomo (che non è neppure imputato ma solo indagato). Altri scatti inquadrano la moglie Marita in macchina che un po’ si vede, un po’ si copre la faccia per evitare i fotografi il giorno in cui va a farsi interrogare. Sono una, due, tre, quattro, cinque istantanee pressoché identiche, per soddisfare il “presunto” voyeurismo compulsivo del lettore. Dico “presunto”, perché a scorrere i commenti alla notizia delle “presunte” relazioni extraconiugali di Marita sul sito dell’Huffington Post che riprende il Corriere (un bell’esempio di complicità mediatica tra il gruppo L’Espresso e il “Corsera”), la gran parte dei lettori si dice più o meno schifata e indignata, e se la prende con un certo giornalismo gossiparo che massacra le persone per fare cassetta. Ma la foto peggiore è quella che campeggia più grande di tutte: Marita a viso aperto, al mare, circondata dai tre figli avuti con Massimo (già, ci sono pure dei figli minori, i volti sono graficamente irriconoscibili, ma basta?). In realtà, dietro quel giornalismo c’è forse qualcosa di più: una strategia mediatica da parte di chi lavora sulle indagini. È singolare che nei giorni scorsi sia apparsa la notizia del rifiuto di Marita a farsi interrogare senza il difensore, Marita che continua a difendere il marito e a proclamare anche pubblicamente la sua fiducia (ricambiata da Massimo di cui sappiamo, dalle indiscrezioni dei suoi già cinque interrogatori nessuno conclusivo, che ai magistrati che lo incalzavano sulle “presunte” avventure della consorte avrebbe replicato: “Impossibile. Sento il suo amore, ho piena fiducia e rispetto di lei”). È mai possibile che di fronte a quella che viene presentata come prova regina, definita dalla stessa difesa di Bossetti come indizio grave, cioè la “presunta” corrispondenza del Dna del “carpentiere di Mapello” con quello ritrovato sugli indumenti intimi di Yara (dico “presunta” perché non c’è al momento una controperizia, una perizia di parte, una ripetizione del test, né un contraddittorio o dibattimento e tante volte abbiamo visto le prove regine perdere la corona nei processi), è mai possibile dicevo che vi sia un simile accanimento sulla famiglia Bossetti, tale da far sospettare (o presumere?) una disperazione dell’accusa, un’angoscia di non riuscire, nonostante tutto, a trovare la verità cioè incastrare il “presunto colpevole”? E mi chiedo: se la moglie (e la madre) di Massimo Bossetti lo avessero “scaricato”, dicendo ai Pm quello che i Pm vorrebbero tanto sentirsi dire, avremmo ugualmente letto notizie così orribilmente intrusive della vita privata di persone che non sono neppure indagate e la cui vita intima non serve probabilmente a far luce sull’ipotizzato crimine del “carpentiere di Mapello”? Massimo Bossetti ha saputo dai magistrati di essere figlio illegittimo, ora sa che forse la moglie gli ha messo le corna (e tutto questo lo sappiamo anche noi). È costretto in carcere a un isolamento totale, anche nell’ora d’aria, perché gli altri detenuti gliel’hanno giurata (per loro è il “presunto assassino” di Yara, anzi per dirla con il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, è “l’assassino” e basta). La moglie si trova a dover fronteggiare non solo i magistrati, ma anche i giornalisti che sanno e partecipano allo scandaglio impietoso della sua privacy (grazie a chi?) e se si azzarda a dire la sua al settimanale Gente, c’è subito pronto il solerte cronista di giudiziaria, nello specifico Paolo Colonnello de La Stampa, che si dedica a sottolineare sotto il titolo “Yara, le contraddizioni della signora Bossetti”, le “presunte” (il virgolettato è mio) discrepanze tra le parole della “bella moglie che rilascia interviste ai settimanali popolari” (stavolta il virgolettato è di Colonnello) e quelle che Marita ha pronunciato davanti ai Pm. A Paolo vorrei ricordare quanto lui stesso ha scritto su Facebook tempo fa, in quello che appariva come un post di encomiabile ma evidentemente “presunta” autocritica, dopo aver premesso che dubitava dell’innocenza di Bossetti: “Ciononostante mi piacerebbe che i giornali avessero il coraggio di distinguersi dal trash delle trasmissioni televisive smettendo di occuparsi di questo caso day by day, proprio per rispetto dei protagonisti e della loro sofferenza. Piccoli dettagli, elucubrazioni, fughe di notizie cui io stesso ho partecipato (con assoluta controvoglia, credetemi) non aggiungono nulla di più a questo punto alla tragedia che si è ormai consumata. La solita tragedia, verrebbe da dire. Perché purtroppo, anche grazie alla nostra morbosità, statene certi che si ripeterà”».
«Dai lettore, prova a metterti nei panni del mostro. Massimo Bossetti non è soltanto accusato di essere l’assassino di Yara. Contro di lui si muove uno tsunami distruttivo, massacrante, implacabile. Domandina: e se poi, invece, fosse innocente? – Si chiede, invece Maurizio Tortorella su “Panorama” – Caro lettore, stavolta ti propongo un gioco: ma fa’ attenzione, perché è un brutto gioco. Facciamo finta che due anni fa un bruto, un maniaco sessuale, abbia ucciso una povera ragazzina a una decina di chilometri da casa tua. E facciamo finta che una mattina arrivi da te la polizia, che ti ammanetta e ti accusa di quell’orribile delitto. Dai magistrati inquirenti, che t’interrogano, scopri che sul cadavere della poveretta è stato trovato materiale organico che i periti sostengono sia compatibile con il tuo Dna. Tu non sai proprio spiegartene il motivo, perché sai perfettamente che sei innocente e in realtà non hai mai nemmeno visto la ragazzina. Ma gli inquirenti non vogliono sentire ragione: il colpevole sei sicuramente tu. Così finisci in prigione. I giornali, contemporaneamente, vengono inondati di carte dell’accusa. Il tuo nome esplode su tutti i mass media, la tua vita viene passata al setaccio. Il tuo avvocato è in difficoltà: non riesce a fare passare nemmeno il minimo dubbio. Poi gli inquirenti ti dicono che sono arrivati a te per vie d’indagine complicatissime. E ti spiegano che grazie a quelle indagini hanno scoperto, anche, che tuo padre non è quello che tu hai avuto accanto per decenni, perché in realtà tua madre ti ha concepito con un altro. Aggiungono che tutto questo è provato con certezza dallo stesso Dna. A questa rivelazione, ovvio, resti senza fiato. Sui giornali che ti arrivano in cella leggi che tua madre nega disperatamente, giura che sei figlio di tuo padre, quello che hai sempre creduto che lo fosse. Ma chissà se dice la verità… La vita, che già ti è stata sconvolta dall’arresto e dalle terribili accuse che ti vengono rivolte, ti viene così letteralmente sradicata dall’anima: anche per via sentimentale. Intanto passi i giorni in cella, dove ti disperi leggendo i giornali che parlano del caso e cercando di sfuggire alle violenze degli altri reclusi, tradizionalmente molto ostili a chi viene accusato di aver fatto del male a donne e a bambini. Pensi e ripensi alla tua vita distrutta, ai tuoi figli che inevitabilmente in paese vengono additati come «figli del mostro», a quella poveretta di tua moglie che inutilmente grida alla tua innocenza. I giorni trascorrono, diventano settimane e mesi. Non sai che fare. Dentro sei come morto. Ti aggrappi ai tuoi poveri affetti, in questo momento fragili come e più di te. Pensi solo a tua moglie e ai tuoi figli: sono l’unica cosa che ti resta. Poi una mattina ti svegli, sempre in cella e sempre terrorizzato, e sul primo quotidiano italiano leggi un titolo che ti tramortisce. Perché rivela che due uomini sono stati appena ascoltati dai pm e hanno raccontato loro di essere stati entrambi amanti di tua moglie (che hai sposato nel 1999): uno nel 2009 e uno anche più di recente. Ti domandi se sia vero. Come sia possibile. Ti interroghi anche sul perché gli inquirenti abbiano deciso di ascoltare i due uomini, che cosa c’entrino le loro relazioni con l’accusa che ti viene rivolta. L’articolo ti spiega che i pm vogliono indagare nella tua vita sessuale, per capire se tutto era «normale». La tua disperazione a questo punto è totale: non hai più nulla cui aggrapparti. Che ti resta, al mondo? Pensi alla tua vita, annichilita, e forse vuoi soltanto morire. Ecco, caro lettore. Io non so se Massimo Bossetti sia colpevole o innocente dell’orribile delitto di cui è accusato da oltre due mesi. Ti domando, però, di porre mente a un’ipotesi: e se non fosse colpevole? A quest’uomo la giustizia italiana ha distrutto tutto: vita, famiglia, affetti. Gli è accaduto tutto quello che hai appena finito di leggere, e anche molto di più. È stata una devastazione implacabile, assoluta, senza scampo alcuno. Certo: è possibile che Bossetti sia colpevole. E tu allora mi dirai, in un impeto di violenza: si merita tutto quel che sta soffrendo. Ma che cosa accadrà se invece, in un regolare processo condotto stavolta non sui giornali ma in un’aula di tribunale, davanti a una corte puntigliosa e con tutti i crismi di legge, si dovesse appurare che Bossetti è innocente, magari perché l’analisi del Dna condotta sul corpo della povera Yara è stata sbagliata? In questi casi ho sempre pensato che sia pratica onesta provare a mettersi nei panni dell’accusato, ovviamente ipotizzandosi innocenti. Io l’ho fatto, e confesso la mia debolezza: non so se saprei sopravvivere allo tsunami, alla gogna mediatica e al disastro esistenziale che mi è stato gettato addosso. Proverei forse a impiccarmi in cella. Però l’idea mi sconvolge e mi disgusta profondamente. Perché non è questo il finale giusto, nemmeno nella peggiore vicenda giudiziaria; non può e non deve esserlo: equivale a dichiarare che la giustizia non esiste. È una soluzione abietta, vergognosa, indecente, indegna di uno Stato di diritto. Prova a fare altrettanto. Non ci vuole molto, soltanto un po’ di fantasia. Mettersi nei panni dell’accusato è sempre un esercizio utile: solletica sensibilità intorpidite dalla voglia di sangue. E magari fa pensare… ».
Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
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COME SI COMBATTE LA CRISI E L’EVASIONE FISCALE? UCCIDENDO LAVORO ED IMPRESA E SPOLPANDO I POVERI CRISTI.

“SPECULOPOLI. FISCO E MONOPOLI”. Il libro di Antonio Giangrande.
COME SI COMBATTE LA CRISI E L’EVASIONE FISCALE? UCCIDENDO LAVORO ED IMPRESA E SPOLPANDO I POVERI CRISTI.
Quale è la nazione dove di permette ai professionisti, come per esempio gli avvocati, di sfruttare i praticanti, non pagandoli o pagandoli poco od a nero, ed omettendo di pagare loro i contributi, mentre si rastrellano i poveri coltivatori, artigiani, commercianti, al fine di estorcere loro quel poco che hanno ed inibendo il proseguo dell’attività, costringendoli al suicidio economico e spesso anche fisico? Come si chiama quella nazione dove i giornali vanno dietro alle veline dei magistrati ed al gossip ed ignorano le richieste di aiuto dei poveri contribuenti per far cessare la mattanza?
In Italia naturalmente. Basta denunciare il fatto. Ed è quello che si fa con il saggio “Speculopoli. Fisco e Monopoli”. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.
Siamo basiti, scrive Vittorio Feltri su “Il Giornale”. «Ieri (20 agosto 2014) apriamo il Corriere della Sera a pagina 17 e leggiamo il seguente titolo: “Due uomini dai pm: siamo stati amanti di Marita Bossetti”. Chi è costei? La moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, sospettato di essere l’assassino di Yara Gambirasio, l’adolescente di Brembate (Bergamo), in galera da un paio di mesi per via del suo Dna rilevato sul corpo della vittima. Non riassumiamo la vicenda perché è stata raccontata mille volte e supponiamo che il lettore ne sia a conoscenza. Ci limitiamo a esprimere stupore e indignazione davanti a questa ennesima incursione nella vita privata di una famiglia – quella dei Bossetti, appunto – che avrebbe diritto a essere lasciata in pace, ammesso che possa trovarne, avendo il proprio capo chiuso in una cella senza che esista la minima probabilità che questi reiteri il reato attribuitogli, inquini le prove (che non ci sono) e si appresti a fuggire, visto che in quattro anni non ha mai provato a farlo. Stando a Giuliana Ubbiali, la cronista che ha rivelato quest’ultimo particolare piccante sui coniugi, due gentiluomini si sono presentati (spontaneamente? ne dubito) in Procura e hanno confidato agli inquirenti di avere avuto rapporti intimi con la signora Marita. Hanno detto la verità o no? Non è questo il punto. La suddetta signora ha facoltà di fare ciò che vuole con chi vuole e quando vuole senza l’obbligo di giustificarsi con nessuno, tranne il marito. Perché le toghe ficcano il naso nelle mutande di una sposa già distrutta dagli eventi? A quale scopo? Sarebbe interessante che qualcuno ci spiegasse che c’entrano due supposte (non accertate) relazioni avute dalla donna in questione con il delitto di Yara commesso – forse – dal coniuge. Il gossip non ha alcuna importanza – fondato o infondato che sia – ai fini di accertare la verità. Questo lo capisce chiunque. Nonostante ciò, gli investigatori hanno infilato negli atti processuali che due linguacciuti asseriscono di essersi divertiti, sessualmente parlando, con la consorte di Bossetti. Cosicché questi, oltre a essere inguaiato per un omicidio, nonché detenuto, adesso è anche formalmente cornuto agli occhi di chi si pasce di pettegolezzi. Non solo. Marita ha il suo uomo agli arresti, tre figli da mantenere (in assenza di un reddito), un futuro nebuloso, gli avvocati da pagare e, dulcis in fundo, ci ha smenato pure la reputazione passando ufficialmente (zero prove) per puttana».
A fronte di uno stillicidio mediatico rispetto ad una notizia con valore zero, dall’altra parte troviamo uno dei tanti, troppi casi, di ordinaria pazzia, che non meritano l’attenzione dei media.
La storia di Salvatore Lo Cascio di Monte Porzio Catone, in provincia di Roma.
Roma. Italia. “Dopo una vita di fatica, costretto alla fame ed al freddo. E nessuno mi dà retta”.
Questa lettera mi è arrivata da un signore che scrive dal Lazio, ma che può pervenire da qualsiasi località italiana.
«Dr Antonio Giangrande, da semplice ed onesto cittadino sto vivendo la più assurda situazione:
1° -Servizi idrici totalmente chiusi da 33 mesi.
2° -Lavoro bloccato, il Comune mi ha tolto la licenza di vendita di ciò che produco da 33 mesi.
3° -L’Inps mi ha cancellato da coltivatore diretto iscrivendomi alla categoria commercianti e, tassandomi per tale, ha ipotecato tutto ciò che ho e per gli effetti Equitalia minaccia espropriazioni. Ho denunciato ogni casa a Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, tribunali. Tutto giace archiviato, ne letto ne ascoltato, messo a tacere. Ho inviato denuncia al C.S.M. per occultamento della denuncia nel Tribunale di Velletri, ho inviato messaggi scritti al Capo dello Stato, messaggi email a Matteo Renzi, a Pietro Grasso. Una lettera è stata inviata alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Tutte le richieste alle testate giornalistiche e televisive non hanno avuto risposta. Non posso cercare soluzione tramite un bravo avvocato perchè non ho alcun mezzo economico. Io non chiedo aiuti economici, me li hanno offerti dalla Calabria dopo la mia esternazione in TV su Rete 4 a “5ª Colonna.” Chiedo esclusivamente di non essere messo a tacere. Ho inviato email e lettere alla Merkel, all’ambasciatore Germanico a Roma, al Tribunale Diritti Umani di Strasburgo. Ho cercato sostegno agli avvocati delle associazioni dei consumatori e dei sindacati. Nulla.»
Dopo questa richiesta di aiuto ho fatto delle ricerche per conferma ed approfondimento, rinunciando alla marea di carte inutili che in casi simili le vittime son pronte ad inondarti. In effetti solo un giornale locale ne ha parlato. E’ stata la giornalista Lucrezia La Gatta su “La fiera dell’est” del 21 dicembre 2013. Essa parla di come il sistema spolpa i poveri cristi ed io le do rilevanza nazionale. Non gliene fregherà niente a nessuno e non si caverà un ragno dal buco. Intanto io il mio dovere l’ho fatto, altri chissà…..
“La storia di Salvatore Lo Cascio, residente a Monte Porzio Catone, è una storia di privazioni ed ingiustizie. Con una casa ipotecata e la licenza agricola revocata a 62 anni. La sua vita avanti tra una battaglia e l’altra. «Lavoro come agricoltore da quando ero ragazzo – spiega Salvatore – ho iniziato vendendo i prodotti del mio terreno all’ingrosso poi, a seguito delle nuove leggi, ho dovuto optare per la Convenzione di Tipo A per l’occupazione di suolo pubblico presso la Piazza del Mercato di Monte Porzio Catone». Ci viene mostrata una fotocopia della licenza nella quale si legge che la Convenzione di Tipo A permette la vendita dei prodotti agricoli quotidianamente. Il 25 novembre 2011 è arrivata, però, una lettera da parte del Comune dove si fa presente che l’accordo con Salvatore Lo Cascio prevede che la vendita dei suoi prodotti avvenga esclusivamente di martedì. Il 1 dicembre 2011, inoltre, arriva una lettera da parte del Comune dove si annuncia la revoca dell’occupazione del suolo pubblico. Quello che viene detto, dunque, è che la sua licenza fosse stata di tipo B, la quale prevede la vendita dei prodotti per uno o più giorni a settimana, in base agli accordi. «Ho mandato lettere al Comune di Monte Porzio Catone, ho sporto denuncia al Tribunale di Velletri, ho protestato davanti Montecitorio, ma nessuno mi ha mai risposto» continua a spiegarci mostrandoci tutte le lettere e le denunce sporte negli ultimi anni. Il periodo in cui viene revocata la Licenza Agricola al sig. Lo Cascio coincide con la fondazione di un’Associazione Commercianti di Monte Porzio, la quale utilizza proprio la Piazza del Mercato. Da quel giorno Salvatore ha smesso di lavorare all’età di 62 anni: «Dopo anni di sacrifici mi sarei aspettato una pensione ed una vita tranquilla, invece ora mi ritrovo senza un lavoro e con una casa ed il terreno ipotecati». Negli anni, il signor Lo Cascio ha accumulato 120.000 euro di arretrati: una cifra che l’INPS, tempo fa, aveva richiesto di riunire nel giro di soli cinque giorni. Non avendo le disponibilità economiche per coprire il debito, Equitalia ha proceduto con l’ipoteca. Neanche le lettere inviate all’Agenzia Delle Entrate, alla Regione Lazio, alla Federconsumatori ed alla Confesercenti hanno saputo porre rimedio al danno subìto. «Mi hanno distrutto la vita e la famiglia – ci racconta – mia moglie è costretta a lavorare come badante e donna delle pulizie per guadagnare quel poco che ci fa andare avanti». Salvatore ha sempre portato avanti le sue battaglie personalmente, non avendo le disponibilità economiche per assumere un legale. Dopo l’ennesima opposizione alla richiesta di archiviazione della sua pratica, risalente al 9 ottobre 2013, il 20 novembre arriva finalmente una lettera protocollata 796/13 PM e 5914/13 GIP dove si annuncia la prima seduta del 13 marzo 2014, al Tribunale di Velletri, dove verrà analizzata la revoca della licenza agricola del sig. Lo Cascio. Un piccola soddisfazione per l’agricoltore, dopo anni di silenzi e di indifferenza totale. Nonostante la bella notizia, non si può affermare che ora Lo Cascio possa vivere in tranquillità: tra il terreno ipotecato e la mancanza di lavoro, i sacrifici e le sofferenze non terminano qui. In lacrime, conclude: «Il problema di un singolo non fa notizia».
Dr Antonio Giangrande
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SPRECOPOLI. L’ITALIA DEGLI SPRECHI

“Sprecopoli. L’Italia degli sprechi”. Il libro di Antonio Giangrande.
Ma quanto mi rubi? (Sprechi di Stato). Uno Stato che si fa rubare più di 565 miliardi di euro all’anno non è in crisi: è una nazione di deficienti!
Evasione fiscale, Corruzione, Sprechi, Disservizi, Speculazioni, Mafie, Estorsioni ed Usura, Contraffazione, Crac finanziari, Costo economico della burocrazia, Lentezza della giustizia.
Per un totale di 565 miliardi di euro all’anno.
Ed io pagooooo!!!……E’ la parafrasi di Totò. Frase detta nel film “47 morto che parla!” e ripresa da Striscia la Notizia. Ed è quello che ci diciamo ogni giorno quando ci rapportiamo con la vera faccia dello Stato. A fronte di un fabbisogno sempre crescente di risorse finanziarie che alimenta il debito pubblico e la pressione fiscale, di pari passo aumentano i tagli dei servizi pubblici ed i disservizi dei pochi rimasti, tanto da farci chiedere: dove cazzo vanno a finire i nostri soldi estorti in balzelli?
Ogni tanto qualcuno parla, a spizzichi e morsi, di quella o questa fonte di spreco, creando un momentaneo stato di indignazione e di rabbia, per poi ripiombare nell’indifferenza generale dell’italica ignavia. Salvo essere oggetto di strali dei buontemponi leghisti contro i soliti spreconi meridionali. Dicevo, questi qualcuno dalla penna facile scrivono dello spreco altrui, stando ben attenti, però, a non intaccare la propria fonte. Provate a pensare se tutte queste fonti di spreco fossero raccolte tutte insieme in un unico elenco. Tutte, veramente tutte. Farebbero accapponare la pelle. Ed è quello che si fa con il saggio “Sprecopoli. L’Italia degli sprechi”. Saggio che fa da contraltare all’altro saggio “Disserviziopoli. Disservizi a pagamento” ed ad un altro saggio “Speculopoli. Fisco e Monopoli”. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.
Sprechi che non si esauriranno mai perché, tra stipendi da dare agli amici, clientele da alimentare, eredità da dare ai figli ed ai parenti, privilegi da difendere, è un cane che si morde la coda e fa comodo alla politica ed al sistema di potere. Alla faccia del povero fesso…Pantalone.
Dr Antonio Giangrande
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“LEGOPOLI. LEGA DA LEGARE. TUTTO SULLA LEGA NORD. QUELLO CHE NON SI OSA DIRE”.

Il libro di Antonio Giangrande.
Il paradosso di chi, bue, chiama cornuto l’asino. I barbari padani si son sempre lavati la bocca a suon d’insulti sul popolo meridionale, per nascondere la loro insipienza. Con il libro “Legopoli. Lega da legare. Tutto sulla Lega nord. Quello che non si osa dire” si butta una luce abbagliante non solo sulla Lega ed i suoi elettori, ma su tutto il nord Italia in generale. Il saggio non parla di politica ma di un modo di pensare insito nella gente del nord: indica la pagliuzza negli occhi altrui e non vede la trave nei suoi occhi.
Vediamo chi sono.
Da quando esiste l’Unità d’Italia esiste la diatriba, politica o meno, fondata o meno, sulla differenza, prima culturale e poi economica, tra il Nord ed il Sud d’Italia. Questa lotta fratricida rende più debole una nazione con enormi potenzialità. Di sicuro ne esce malconcia la credibilità del paese e delle sue istituzioni, come se non bastasse quanto già avvenuto prima con gli scandali. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.
Quante volte ci hanno umiliato con i loro giudizi sferzanti. Chi? Ma la civilissima gente del Nord. Sud che vai, degrado che trovi: dicono loro. Se poi sono solo loro ad avere voce nel mondo dell’informazione. Be’ allora. Ma ora nel mondo dell’editoria alternativa c’è un saggio che parla di loro, e rende pan per focaccia. Non è un libro che parla della civilissima gente del nord che da turista, ospite in casa nostra, esprime tutta la sua inciviltà: che fanno la pipì dentro un cestino, che decidono di lavarsi nelle fontane artistiche. Ne vediamo di tutti i colori: dalle auto che si ritrovano in fondamenta o sulle scalinate, ai campeggiatori tra i parcheggi, dalle docce di svariata natura, nudi dietro un camper, o, appunto, con il solo costume a due passi dalle piazze più belle, o ai tuffi sotto i ponti cittadini. Da quelli che si presentano nelle piazze architettoniche col pranzo al sacco e tavolino da pic-nic sotto braccio. Come andassero a una scampagnata fuori porta. Quante volte abbiamo visto frequenti bivacchi a base di riso o pasta. Di gente che cambia il pannolino ai bambini lavandoli alla fontanella o di altri che si fanno la pedicure proprio lì. Non sono sempre barbari che vengono da lontano, da oltre le alpi, o che viaggiano col passaporto. Quante volte i turisti sono finiti su YouTube filmati dai cellulari dei passanti mentre facevano l’amore vicino alle statue o che prendevano il sole nelle aiuole come fossero in spiaggia: asciugamano disteso, bikini e crema solare. E quelli che con firme e pensieri lasciano la traccia della loro imbecillità sui muri dei monumenti? C’è chi fa pipì in strada incurante dei divieti. Di giorno c’è chi usa le fontane per refrigerare i piedi, chi i ponti per lasciare scritte a pennarello o lucchetti e buttare via la chiave. Tanto c’ è sempre qualcuno che rimedia, ripulisce, raccoglie. Quelli che di notte schiamazzano e di giorno vanno in giro in costume da bagno lungo le vie o le piazze del paese. Capita spesso di trovare visitatori con le scarpe appoggiate ai muri dei musei o delle opere d’arte o di qualunque manufatto o che si debbano ripulire le panchine dai chewingum. E poi quelli che contestano i prezzi del soggiorno o del servizio, minacciando ricorsi, con l’intento di scroccare la vacanza. Che abbiano bisogno di noi meridionali per saper come ci si deve comportare? Lezione di stile o soltanto di educazione?
Secondo i documenti ufficiali, quando i piemontesi “occuparono” Caserta appropriandosi della Reggia, nell’inventario ufficiale delle bellezze e dei tesori ritrovati all’interno delle stanze, il bidet non fu riconosciuto. Assolutamente ignari della funzione di quello strano arnese, i piemontesi scrissero nel loro registro “Oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Basta fare due conti, anche abbastanza approssimativi, per trarre una conclusione inevitabile: “Quando a Napoli ci lavavamo il sedere, nel resto d’Italia proliferavano piattole, sporcizia e sudiciume..” e poi quelli che hanno bisogno di una lavata, saremmo noi?
Proprio per questo nel libro si parla di loro, ma in casa loro. Tutto quello che non si dice.
Dr Antonio Giangrande
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Come vincere un Concorso Pubblico od un Esame di Stato? Non partecipando!

Se non si è già sicuri di vincere, ci si risparmia il “pizzo” delle spese di partecipazione e preparazione a fronte di un esito scontato.
Ogni periodo dell’anno è buono per indire concorsi pubblici ed esami di Stato. Aiuta le casse, gli amici ed i parenti. I partecipanti si svenano e si scervellano, ma non sanno cosa li aspetta. I masochisti ci riprovano.
Se si vuol conoscere la verità su come si diventa avvocato, magistrato, giornalista, ecc., la domanda forse si pone alla persona sbagliata? In rete ci sono, anche gratuitamente, saggi esaustivi scritti dal dr Antonio Giangrande: “Esame di Avvocato. Lobby forense. Abilitazione truccata”. Per qualche categoria professionale che vuol chiamarsi fuori c’è anche “Concorsopoli ed Esamopoli”. Books e E-books che certamente non si trovano sui circuiti ordinari ma su Amazon, Create Space o su Lulu. Non sono propalazioni personali ma tutto quanto si è scritto intorno ad un sistema di cooptazione professionale, che non riconosce il merito ma tutela l’omologazione.
Buoni testi per prepararsi al concorso pubblico od all’esame di Stato.
Sapere prima cosa ci si aspetta, forse aiuta a metabolizzare la delusione postuma ed a contrastare la nomea di sfigati.
Antonio Giangrande

LA POLEMICA SU CARLO TAVECCHIO. ITALIANI DA QUALE PULPITO VIEN LA PREDICA? ABBIAMO SEMPRE DEGNI RAPPRESENTANTI.

Da ultima e non per ultima è nata la diatriba, politica o meno, fondata o meno, sulla elezione di Carlo Tavecchio alla Federcalcio. Di sicuro ne esce malconcia la credibilità del calcio e delle su componenti, come se non bastasse quanto già avvenuto prima. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it. Per dovuta esperienza posso esprimere questi pareri. Per quanto riguarda le battaglie di civiltà posso dire che sono battaglie contro i mulini al vento. Non perché esse non siano fondate, in quanto, come specialista del campo, proprio perché ho scritto “Sportopoli, lo sport truccato”, posso garantire che i temi sollevati sono già stati pubblicati sui giornali con degli articoli, da me o da altri, come di seguito indicato, e nulla è scaturito.
Eppure i nemici giurati di Tavecchio hanno avuto una bella visibilità dai soliti giornali. Come nel caso di Massimiliano Nerozzi per La Stampa, giornale degli Agnelli, contrari a Tavecchio. “Figc, l’ex vicepresidente dei Dilettanti, Ragno: Tavecchio non è eleggibile. Magari sarà una questione di cavilli, che sono poi la versione giuridica della buccia di banana. «Guardi che Carlo Tavecchio non è eleggibile», dice con voce pacata Luigi Ragno, 74 anni, ex sottotenente dei carabinieri («ma solo nei venti mesi di leva»), ex direttore di banca, e per trent’anni in Federcalcio. «Basta leggere l’articolo 29 del nuovo statuto della Figc: la riabilitazione è espressamente richiamata in riferimento a provvedimenti disciplinari sportivi, e non quando si parla di condanne penali, dove invece non è indicata. Poi però non ho idea di come andrà, perché ne ho viste di tutti i colori». Specialmente tra il 1999 e il 2000, quando da vice presidente della Lega Nazionale Dilettanti Ragno si trovò proprio al fianco di Tavecchio, al suo primo mandato: il numero uno aveva fatto alcune operazioni bancarie «con gravi irregolarità», secondo Ragno, che aveva presentato immediate dimissioni. «Era il 24 ottobre 2000 – ricorda oggi l’ex vice presidente – e scrissi una lettera a diversi organi federali, anche per tutelare la mia persona: con i precedenti che all’epoca aveva Tavecchio, e che tutti conoscevano, non si potevano lasciare venti miliardi di lire in un conto di private banking, e con una sola persona con potere di firma, lui». Non successe nulla. «L’unico risultato fu che il collegio dei revisori minacciò di querelarmi per diffamazione: bene, risposi, almeno chiariremo tutto davanti a un tribunale. Ho sempre tenuto tutti i documenti. La denuncia non arrivò mai». ? Quindici anni più tardi, tutto può ruotare ancora attorno alle precedenti condanne di Tavecchio (totale, 1 anno e tre mesi) nonostante furono pene sospese e con non menzione sul certificato penale. Su questo tema si erano innescate interpellanze parlamentati, ma Tavecchio aveva alzato lo scudo: un parere sulla sua candidabilità richiesto alla Corte Federale nel 1999, e la riabilitazione ottenuta in base all’articolo 178 del codice penale. Tutto vero, ma discutibile, almeno secondo alcune fonti vicine alla giustizia sportiva della Federcalcio. «Ricordo che emettemmo un parere – dice il professor Andrea Manzella, illustre costituzionalista ed ex presidente della Corte – e molto ben motivato. Certo, era il 1999, e tenemmo conto della normativa sportiva e penale dell’epoca». Nel frattempo, lo statuto della Figc è cambiato quattro volte, l’ultima il 30 luglio scorso, con decreto del commissario ad acta, il professor Giulio Napolitano.? Il punto è l’articolo 29, dove l’inciso «salva riabilitazione», è indicato solo nella frase dei provvedimenti sportivi, non nel periodo seguente, quando si parla di «condanne penali passate in giudicato per reati non colposi» con pene detentive superiori a un anno. Interpretazione letterale: se l’estensore avesse voluto prevedere la riabilitazione anche per le condanne penali, l’avrebbe specificamente indicato. «Forse è la sorpresa di Malagò», sorrideva ieri un giurista. Dopo di che c’è pure la lettura favorevole a Tavecchio, ovvero in linea con i principi giuridici generali: in fondo la riabilitazione, tra le altre cose, serve proprio per evitare gli effetti deteriori che una condanna produce sotto il profilo sociale e lavorativo. Se ne può discutere, insomma: come potrebbe poi decidere di fare il Coni, come organo di sorveglianza, tenuto a ratificare i risultati dell’assemblea”.
Il passato scomodo di Tavecchio, scrivono da par loro Tommaso Rodano e Carlo Tecce per Il Fatto Quotidiano. “Spuntano una denuncia per calunnia contro il super candidato alla Federcalcio e un dossier depositato in procura che lo riguarda. E si scoprono strane storie, dalle spese pazze fino al doppio salvataggio del Messina. Ogni giorno che passa, e ne mancano cinque all’annunciata investitura in Federcalcio, il ragionier Carlo Tavecchio arruola dissidenti, smarrisce elettori: resiste però, faticosamente resiste. Nonostante le perplessità di Giovanni Malagò (Coni), dei calciatori più famosi e di qualche squadra di serie maggiore o inferiore. Il padrone dei Dilettanti, che dal ‘99 gestisce un’azienda da 700.000 partite a stagione e da 1,5 miliardi di euro di fatturato, com’è da dirigente? Dopo aver conosciuto le sue non spiccate capacità oratorie, tra donne sportive handicappate e africani mangia-banane, conviene rovistare nel suo passato. E arriva puntuale una denuncia per calunnia contro Tavecchio, depositata in Procura a Varese due giorni fa, a firma Danilo Filippini, ex proprietario dell’Ac Pro Patria et Libertate, a oggi ancora detentore di un marchio storico per la città di Busto Arsizio. Per difendersi da una querela per diffamazione – su un sito aveva definito il candidato favorito alla Figc un “pregiudicato doc” – Filippini ha deciso di attaccare: ha presentato documenti che riguardano il Tavecchio imprenditore e il Tavecchio sportivo, e se ne assume la responsabilità. Oltre a elencare le cinque condanne che il brianzolo, già sindaco di Ponte Lambro, ha ricevuto negli anni (e per i quali ha ottenuto una riabilitazione) e i protesti per cambiali da un miliardo di lire dopo il fallimento di una sua azienda (la Intras srl), Filippini allega una lettera, datata 24 ottobre 2000, Tavecchio era capo dei Dilettanti dal maggio ‘99. Luigi Ragno, un ex tenente colonnello dei Carabinieri, già commissario arbitrale, vice di Tavecchio, informa i vertici di Lega e Federazione di una gestione finanziaria molto personalistica del presidente. E si dimette. “Mi pregio comunicare che nel corso del Consiglio di Presidenza – si legge – è stato rilevato che la Lega intrattiene un rapporto di conto corrente presso la Cariplo di Roma, aperto successivamente al Primo Luglio 1999 (…). L’apertura del conto corrente appare correlata alla comunicazione del Presidente di ‘avere esteso alla Cariplo, oltre alla Banca di Roma già esistente, la gestione dei fondi della Lega. Entrambi gli Istituti hanno garantito, oltre alla migliore offerta sulla gestione dei conti, forme di sponsorizzazione i cui contenuti sono in corso di contrattazione”. Quelle erano le premesse, poi partono le contestazioni a Tavecchio: “Non risulta che alcun organo collegiale della Lega sia mai stato chiamato a esprimere valutazioni in ordine a offerte formulate dagli Istituti di credito di cui sopra”. “Risulta che non sono state prese in considerazione dal presidente più di venti offerte di condizione presentate in busta chiusa da primarie banche che operano su Roma, le quali erano state contattate dal commissario”. “Non risulta che né la Banca di Roma né la Cariplo abbiano concluso con la Lega accordi di sponsorizzazione”. “Nella sezione Attività della situazione patrimoniale del bilancio della Lega non appare, nella voce ‘banche’, la presenza del conto corrente acceso presso Cariplo”. “Nella sezione Attività della situazione patrimoniale, alla voce ‘Liquidità/Lega Nazionale Dilettanti’ risulta l’importo di Lire 18.774.126.556, che non rappresenta, come potrebbe sembrare a prima vista, il totale delle risorse finanziarie dei Comitati e delle Divisioni giacenti presso la Lega, bensì è costituito da un saldo algebrico tra posizioni creditorie e posizioni debitorie nei confronti della Lega”. Segue una dettagliata tabella dei finanziamenti ai vari Comitati regionali, e viene così recensita: “Il presidente della Lega ha comunicato che ai suddetti ‘finanziamenti di fatto’ è applicato il tasso di interesse del 2,40%, la cui misura peraltro non è stata stabilità da alcun organo collegiale”. Il vice di Tavecchio fa sapere di aver scoperto anche un servizio di “private banking”, sempre con Cariplo, gestito in esclusiva dal ragionier brianzolo: “Nessun Organo collegiale della Lega ha mai autorizzato l’apertura di tale rapporto (…) e mai ha autorizzato il presidente a disporre con firma singola (…) Trattasi di un comportamento inspiegabile e ingiustificabile, anche in considerazione della consistenza degli importi non inferiore ai venti miliardi di lire”. Ragno spedisce una raccomandata alla Cariplo, e si congeda dai Dilettanti di Tavecchio: “Di fronte all’accertata mancanza di chiarezza, di trasparenza e di correttezza e di gravi irregolarità da parte del massimo esponente della Lega, non mi sento di avallare tale comportamento gestionale e comunico le immediate dimissioni”. Per comprendere la natura del consenso costruito minuziosamente da Tavecchio nella gestione della Lega Dilettanti, un caso esemplare è quello del Messina calcio. La società siciliana approda in Lnd nella stagione sportiva 2008-2009. La famiglia Franza è stufa del suo giocattolo, vorrebbe vendere la squadra, ma non trova acquirenti. Il Messina è inghiottito dai debiti. Dovrebbe militare in serie B, ma il presidente Pietro Franza non l’iscrive al campionato cadetto: deve ricominciare dai dilettanti. Il problema è che il Messina è tecnicamente fallito (la bancarotta arriverà dopo pochi mesi) e non avrebbe le carte in regola nemmeno per ripartire da lì. E invece Tavecchio, con una forzatura, firma l’iscrizione dei giallorossi alla Lega che dirige. L’uomo chiave si chiama Mattia Grassani, principe del foro sportivo e, guarda caso, consulente personale di Tavecchio e della stessa Lnd: è lui a curare i documenti (compreso un fantasioso piano industriale per una società ben oltre l’orlo del crac) su cui si basa l’iscrizione dei siciliani. In pratica, si decide tutto in casa. Nel 2011 il Messina, ancora in Lega dilettanti, è di nuovo nei guai. Dopo una serie di vicissitudini, la nuova società (Associazione Calcio Rinascita Messina) è finita nelle mani dell’imprenditore calabrese Bruno Martorano. La gestione economica non è più virtuosa di quella dei suoi predecessori. Martorano firma in prima persona la domanda d’iscrizione della squadra alla Lega. Non potrebbe farlo: sulle sue spalle pesa un’inibizione sportiva di sei mesi. Non solo. La documentazione contiene, tra le altre, la firma del calciatore Christian Mangiarotti: si scoprirà presto che è stata falsificata. Il consulente del Messina (e della Lega, e di Tavecchio) è sempre Grassani: i giallorossi anche questa volta vengono miracolosamente iscritti alla categoria. Poi, una volta accertata l’irregolarità nella firma di Mangiarotti, la sanzione per il Messina sarà molto generosa: appena 1 punto in classifica (e poche migliaia d’euro, oltre ad altri 18 mesi di inibizione per Martorano). Tavecchio, come noto, è l’uomo che istituisce la commissione “per gli impianti sportivi in erba sintetica” affidandola all’ingegnere Antonio Armeni, e che subito dopo assegna la “certificazione e omologazione” degli stessi campi da calcio alla società (Labosport srl) partecipata dal figlio, Roberto Armeni. Non solo: la Lega Nazionale Dilettanti di Tavecchio ha un’agenzia a cui si affida per l’organizzazione di convegni, cerimonie ed assemblee. Si chiama Tourist sports service. Uno dei due soci, al 50 per cento, si chiama Alberto Mambelli. Chi è costui? Il vice presidente della stessa Lega dilettanti e lo storico braccio destro di Tavecchio. Un’amicizia di lunga data. Nel 1998 Tavecchio è alla guida del comitato lombardo della Lnd. C’è il matrimonio della figlia di Carlo, Renata. Mambelli è tra gli invitati. Piccolo particolare: sulla partecipazione c’è il timbro ufficiale della Figc, Comitato Regionale Lombardia. Quando si dice una grande famiglia.”
«Denuncio Tavecchio. Carriera fatta di soprusi» dice Danilo Filippini a “La Provincia Pavese”. A quattro giorni dalle elezioni Figc, Carlo Tavecchio continua a tenere duro, incurante delle critiche e delle prese di posizione – sempre più numerose e autorevoli – di coloro che ritengono l’ex sindaco di Ponte Lambro del tutto inadeguato a guidare il calcio italiano. Tavecchio è stato anche denunciato per calunnia da Danilo Filippini, ex presidente della Pro Patria che ha gestito la società biancoblù dall’ottobre 1988 all’ottobre 1992.
Filippini, perché ha deciso di querelare Tavecchio?
«Scrivendo sul sito di Agenzia Calcio, definii Tavecchio un pregiudicato doc e un farabutto, naturalmente argomentando nei dettagli la mia posizione e allegando all’articolo il suo certificato penale storico. Offeso per quell’articolo, Tavecchio mi ha denunciato per diffamazione. Così, tre giorni fa, ho presentato alla Procura di Varese una controquerela nei suoi confronti, allegando una ricca documentazione a sostegno della mia tesi».
In cosa consiste la documentazione?
«Ci sono innanzitutto le cinque condanne subite da Tavecchio. Poi i protesti di cambiali per una somma di un miliardo di vecchie lire dopo il fallimento della sua azienda, la Intras srl. Ho allegato inoltre l’esposto di Luigi Ragno, già vice di Tavecchio in Lega Dilettanti, su presunte irregolari operazioni bancarie con Cariplo. Più tutta una serie di altre irregolarità amministrative».
Quando sono nati i suoi dissidi con Tavecchio?
«Ho avuto la sfortuna di conoscerlo ai tempi in cui ero presidente della Pro Patria. Quando l’ho visto per la prima volta, era presidente del Comitato regionale lombardo. In quegli anni ci siamo scontrati continuamente. Con Tavecchio in particolare e con la Federazione in generale».
Per quale motivo?
«I miei legittimi diritti sono sempre stati negati, in maniera illecita, nonostante numerosi miei esposti e querele, con tanto di citazioni di testimoni e prove documentali ineccepibili. Da vent’anni subisco dalla Federcalcio ogni tipo di abusi».
Per esempio?
«Guardi cos’è successo con la denominazione “Pro Patria et Libertate”, da me acquisita a titolo oneroso profumatamente pagato, e che poi la Federazione ha girato ad altre società che hanno usato indebitamente quel nome. Per non parlare della mia incredibile radiazione dal mondo del calcio, che mi ha impedito di candidarmi alla presidenza della Figc, come volevo fare nel 2001. Una vera discriminazione, che viola diritti sanciti dalla Costituzione. Sa qual è l’unica cosa positiva di questa vicenda?»
Dica.
«Sono uscito da un mondo di banditi come quello del calcio. E ora mi occupo di iniziative a favore dei disabili: impiego molto meglio il mio tempo».
Tavecchio risulta comunque riabilitato dopo le cinque condanne subite.
«Mi piacerebbe sapere in base a quali requisiti l’abbia ottenuta, la riabilitazione. E comunque, una volta riabilitato, avrebbe dovuto tenere un comportamento inappuntabile sul piano etico. Non mi pare questo il caso».
Insomma, a suo parere un’eventuale elezione di Tavecchio sarebbe una iattura per il calcio italiano…
«Mi auguro davvero che non venga eletto. Questo è il momento di cambiare, di dare una svolta: non può essere Tavecchio l’uomo adatto. Avendolo conosciuto di persona, non mi sorprende neanche che abbia commesso le gaffes di cui tutti parlano. Lui fa bella figura solo quando legge le lettere che gli scrivono i principi del foro. Comunque, ho mandato la mia denuncia per conoscenza anche al Coni e al presidente Malagò. Non ho paura di espormi: quando faccio una cosa, la faccio alla luce del sole».
Da parte sua Gianfrancesco Turano su “L’Espresso” ha messo un carico pesante, naturalmente buttandola in politica: Claudio Tavecchio, chi è il potente del calcio. L’impresentabile che piace tanto a destra. “Il brianzolo, celebre per le sue sparate su neri mangiatori di banane e donne handicappate, è diventato il padrone della Figc. Grazie a un piano che unisce affari e politica e ad amicizie influenti. Come quella con Galliani e Lotito. Il ragioniere, il geometra, il pedagogo. Claudio Tavecchio, Adriano Galliani e Claudio Lotito hanno i titoli di studio in regola. Sono loro la nuova Triade che tenterà di rilanciare il calcio italiano eliminato al primo turno ai Mondiali, bersagliato dalla violenza e dalle scommesse clandestine, squilibrato nella struttura e nei conti, surclassato nei risultati in campo. Alle elezioni della Federcalcio fissate in prima convocazione il giorno 11 di agosto 2014, il candidato Tavecchio ha ottime possibilità di essere eletto al primo colpo con la maggioranza qualificata di due terzi. Dal terzo ballottaggio basterà la metà più uno dei voti. L’unico avversario che ha qualche chance di farlo fuori è lo stesso Tavecchio, protagonista di uno show pre-elettorale indimenticabile a base di un mitologico “Optì Pobà”, calciatore della Lazio mangiabanane, dequalificato e senza “pitigrì” (pedigree). Le scuse successive sono state peggiori della gaffe: esibizioni di fotografie in compagnia di uomini neri, dichiarazioni sulla falsariga “molti dei miei migliori amici sono africani” e il provvidenziale intervento a sostegno del medico della nazionale del Togo. Kossi Komla-Ebri, residente in Ponte Lambro (Como), ha garantito per il candidato: «Quando Tavecchio era sindaco, abbiamo fatto un gemellaggio con Afagnan in Togo». Appena finito di scusarsi con i mangiatori di banane, è arrivata un’altra frase culto. «Prima si pensava che la donna fosse handicappata rispetto al maschio per resistenza ed altri fattori, adesso invece abbiamo riscontrato che sono molto simili». Gaffe del candidato alla presidenza della Figc, Carlo Tavecchio, che durante l’assemblea dei dilettanti, parlando dei giocatori stranieri, ha commentato: “Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che ‘Opti Poba’ è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così”. Tavecchio si è poi scusato: “Mi riferivo al curriculum”. Sulle sue cinque condanne penali a qualche mese, piccolezze per un dirigente politico italiano, nota che la più recente è del 1998 e la prima è del 1970. Nessuna traccia è rimasta sul certificato penale. Il saldo di queste dichiarazioni è che l’Unione europea, la Fifa di Sepp Blatter, l’Uefa di Michel Platini e il Coni di Giovanni Malagò farebbero volentieri a meno di Tavecchio. Lui, al momento, non se ne dà per inteso e si copre con un alibi storico: lo sport è indipendente dalla politica. Figuriamoci il calcio. Tirèmm innanz verso le elezioni dell’11 agosto. Cinematograficamente Tavecchio è l’anello mancante fra il Lambertoni del “Vedovo” e il cumènda brianzolo Cavazza della “Contestazione generale” (“alegher alegher…”). L’aspirante re del calcio è la quintessenza del ragiunàtt lombardo che entra in banca a 19 anni e per altri 19 è eletto primo cittadino di Ponte Lambro con le liste dello scudo crociato (1976-1995). Nulla di rivoluzionario. Nulla di rottamatorio, soprattutto. Ci è voluta la gaffe su Optì Pobà perché Graziano Delrio, plenipotenziario renziano per lo sport, iniziasse a dubitare dell’uomo che, fino ad allora, gli era parso il successore ideale del dimissionario Giancarlo Abete. In effetti, anche a non considerare l’uscita razzista, l’elezione di Tavecchio consentirà alla destra un takeover totale sullo sport più amato in Italia e nel mondo. Non è un caso se gli unici difensori del ragioniere comasco siano stati Daniela Santanchè e Maurizio Gasparri. Né c’è bisogno di insistere sulle simpatie politiche di Lotito o di Galliani, che da una posizione defilata rimane il vero dominus del calcio italiano, capace di mettere nell’angolo mister trenta scudetti Andrea Agnelli e, in modo assai più agevole, il suo azionista Barbara Berlusconi, che avrebbe voluto in Figc un quarantenne invece del settantunenne presidente della Lega Dilettanti. Altri fan di peso erano in prima fila alla manifestazione romana sfociata nel numero su Optì Pobà. Tre su tutti: il membro del Cio Franco Carraro, l’ex numero uno di Figc e Lega Antonio Matarrese e il presidente della Lega di serie A e capo della comunicazione di Unicredit Maurizio Beretta, ferocemente soprannominato “dimmi, Claudio”, nel senso di Lotito. L’alto-brianzolo Tavecchio non sarà fine di ingegno come il basso-brianzolo Galliani. Sarà anche una figura debole, e perciò stesso gradita, rispetto allo strapotere della Lega di serie A. Sul web spunta il video di un’intervista alla trasmissione Report su RaiTre in cui il candidato alla presidenza del calcio italiano si esprime in questi termini sulle donne: “Noi siamo protesi a dare una dignità anche sotto l’aspetto estetico alla donna nel calcio”. Il video, risalente a una puntata del 5 maggio 2014, si sente la intervistatrice interdetta che chiede spiegazioni a Tavecchio delle sue parole. “Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sotto l’aspetto della resistenza, del tempo, dell’espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili”. Ma non va preso sotto gamba. Nello sport italiano l’anzianità di servizio e la capacità di relazione contano molto. E qui Tavecchio non teme concorrenti. Il suo primo sbarco negli organi direttivi della Lega nazionale dilettanti (Lnd) risale al 1987, quando la poltrona di consigliere del comitato regionale Lombardia era giusto un’occasione per l’allora sindaco e presidente della Pontelambrese di rafforzare il consenso locale grazie allo spargimento di qualche contributo finanziario. Oggi, dopo quindici anni ininterrotti di Tavecchio alla presidenza nazionale, la Lnd è diventata una macchina colossale con 1,3 milioni di tesserati, 14 mila società iscritte e un fatturato complessivo che lo stesso Tavecchio stima in 700 milioni di euro all’anno, oltre un terzo di quanto fattura la serie A. In questi anni, il ragiunàtt di Ponte Lambro non ha smesso di allargare il suo perimetro d’impresa prendendosi in carico non solo il calcio femminile, ma anche il beach soccer e soprattutto il calcio a cinque, una delle realtà economico-sportive emergenti di questi anni. Per deformazione professionale l’ex dirigente della Banca di credito cooperativo Alta Brianza sa badare ai danè come pochi altri. Sul modello del Coni, ha dotato la Lega dilettanti di una società di capitali, la Lnd Servizi. La cassaforte della Lega ha un attivo di tutto rispetto (31 milioni di euro) che cresce di anno in anno grazie a varie operazioni immobiliari, finanziate da un prestito infruttifero di 20 milioni di euro da parte del socio unico Lnd e quindi anche dai contributi delle società dilettantische. Oltre a non pagare interessi sui 20 milioni, Lnd servizi ha aiutato le proprie prestazioni contabili tagliando dal 10 al 5 per cento le royalties dovute alla casa madre per l’uso del marchio. In questi anni, Lnd servizi ha comprato, ampliato e ristrutturato le sue due sedi principali a Roma in piazzale Flaminio e in via Cassiodoro, dove ci sono gli uffici della commissione impianti in erba artificiale, cuore del business dilettantistico. Una volta riservato agli amatori dei tornei scapoli-ammogliati, il sintetico è stato esteso all’attività agonistica e trasformato da Tavecchio in un affare dai contorni poco trasparenti con un andirivieni di collaudi di moquette, sottofondi e consulenze tecniche per l’omologazione che ogni anno muovono milioni di euro per sdoganare oltre 2 mila impianti con fondo artificiale. È una realtà che si concilia poco con l’enfasi tavecchiana sul volontariato sportivo e che ha già impegnato il presidente della Lnd come consulente del Ministero dell’economia sulla fiscalità dello sport dilettantistico. Il volontariato è bello e Tavecchio lo esercita anche fuori dai campi in sintetico come consigliere della Healthy Foundation guidata da Sergio Pecorelli, rettore dell’Università di Brescia, presidente dell’Agenzia del farmaco e ginecologo personale dell’ex ministro forzista Mariastella Gelmini. Ma senza soldi non si canta messa e il cattolicissimo Tavecchio lo sa. Così appena ricevuta l’investitura a candidato per la Federcalcio, ai primi di luglio, mentre l’Italia si riprendeva dall’eliminazione al primo turno in Brasile, il ragiunàtt di Ponte Lambro ha concluso il suo progetto di spinoff regalandosi per il settantunesimo compleanno (13 luglio) la Lnd Immobili, dove sarà trasferito il tesoretto di fabbricati e terreni di Lnd servizi e dove continueranno gli investimenti per dotare ognuna delle venti regioni italiane di un centro federale di reclutamento. L’ultimo, in Molise, è stato acquistato a marzo e comporterà lavori per 1,2 milioni di euro. Che poi i grandi club puntino sul Molise – o sul Veneto o sull’Umbria – per rimpolpare le loro squadre, invece di andare a pescare il nuovo Optì Pobà in Africa è tutto da vedere. Anche l’altra idea-guida di riportare il settore tecnico della Nazionale a uno staff di allenatori cresciuti all’interno dei ranghi federali e non nei club sembra anacronistica rispetto ai tempi di Ferruccio Valcareggi, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini. Un commissario tecnico oggi è un allenatore di primo livello. Pensare di pagarlo 200 mila euro all’anno significa perderlo in fretta, se è vincente. Ma il programma politico dipende poco o nulla da Tavecchio. La carta di navigazione per rilanciare il calcio italiano è stata scritta da due autori di serie A: Lotito e Agnelli. Al di là del folklore campagnolo sugli handicap femminili e sugli africani poco qualificati, Tavecchio o chiunque vincerà le elezioni avrà scarso margine di manovra rispetto al diktat della prima divisione. Certo, il laureato in pedagogia Lotito è schieratissimo con Tavecchio. Agnelli molto meno. C’è un pregresso di polemiche furiose che risale a tre anni fa quando la commissione federale rigettò la richiesta juventina di revocare all’Inter lo scudetto 2006 di Calciopoli. L’interistissimo Tavecchio si espose sulla ribalta del grande calcio difendendo la scelta della Figc, di cui era vicepresidente vicario, e respingendo gli attacchi juventini a Giacinto Facchetti. Agnelli non gliel’ha perdonata ma è abbastanza pragmatico per accettare le garanzie di Lotito che Tavecchio saprà stare al suo posto limitandosi a qualche battuta infelice di quelle che fanno la gioia dei social network e dei nostri concorrenti all’estero. Quindi, si porterà la serie A a diciotto squadre, si scremeranno le serie minori che già si scremano da sé con la crisi. E il resto continuerà come prima, con le grandi che perdono terreno sulla concorrenza europea e le piccole che tirano a campare con le plusvalenze e il factoring sui diritti televisivi scontato da qua a trent’anni, mentre tutti mostrano grande volontà di cambiamento nimby (not in my backyard). Su una cosa Tavecchio ha ragione. È quando gli scappa detto: «Ora devo occuparmi di questo bordello». Dopo 27 anni che lavora nella politica e nel calcio, forse sa di che parla.”
Ciò nonostante, per un eventuale ricorso di annullamento nulla ha potuto fare il Coni, pur pungolato. Per quanto riguarda il ricorso al Tar, già è stato presentato ma per altri motivi che quello della incandidabilità. Un ricorso al Tar del Lazio contro le regole di elezione del vertice della Federcalcio italiana e contro ogni altro atto legato a questo passaggio viene annunciato dal Codacons all’indomani dell’elezione di Carlo Tavecchio. Un ricorso non tanto contro il neo presidente o contro Albertini, se fosse stato questi ad essere eletto a capo del calcio italiano, quanto invece contro il meccanismo che – precisa Carlo Rienzi, presidente del Codacons – “esclude i primi fruitori dell’attività sportiva calcistica, e cioè i tifosi”. Secondo Rienzi, infatti, “i tifosi non hanno voce in capitolo, non possono dire la loro sulla presidenza, non è previsto il loro coinvolgimento attraverso una consultazione magari anche online”.
Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
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