PROCESSO SARAH SCAZZI. PERCHE’ SI TACE SULLA BRUZZONE?

PROCESSO SARAH SCAZZI. PERCHE’ SI TACE SULLA BRUZZONE?
VENERDI’ 23 GENNAIO 2015. QUARTA UDIENZA DI APPELLO. PERCHE’ STAMPA E TV TACCIONO SULLA BRUZZONE?
La domanda è sorta spontanea al dr Antonio Giangrande che sulla vicenda di Avetrana ha scritto il libro ed il sequel “Sarah Scazzi. Il Delitto di Avetrana, Il resoconto di un Avetranese”. Questione importante, quella sollevata da Antonio Giangrande, in quanto se fondata, mette in una luce diversa il rapporto tra la stessa dr.ssa Bruzzone e Michele Misseri, suo accusatore.
Veniamo alla notizia censurata dai media.
La criminologa Roberta Bruzzone vittima di stalking, si legge su “ net1news” dal 12 gennaio 2015. “La criminologa e psicologa Roberta Bruzzone ha denunciato il suo ex fidanzato per stalking. Proprio grazie alla sua professione, la donna si è spesso occupata di vittime di molestie e persecuzioni e mai forse avrebbe pensato di vivere tutta quell’angoscia in prima persona. Roberta Bruzzone che conduce una trasmissione sul canale tematico del digitale terrestre “real time” è ormai un volto noto essendo spesso ospite nei salotti televisivi in qualità di esperta della materia. La donna è però entrata a far parte della folta schiera di vittime di molestie. A perseguitarla, l’ex fidanzato, appartenente alle forze dell’ordine che dopo una relazione durata cinque anni, chiusasi nel 2008 ha cominciato a tormentarla. Telefonate, sms, ma anche pedinamenti e agguati veri e propri: “E’ arrivato a puntarmi una pistola alla tempia – ha confessato la criminologa – è pericoloso”. La Bruzzone ha denunciato il suo ex per ben sette volte. L’uomo ha anche diffuso calunnie sul suo conto via internet. Ora pare le cose vadano meglio. Sulla questione ci sono degli aggiornamenti. A riferirle a Net1 News tramite raccomandata sono i legali dell’interessato, secondo cui la dottoressa Bruzzone per le sue dichiarazioni ai media è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata: la prima udienza del processo è stata fissata per quest’anno. Al processo, sempre secondo quanto riferisce la raccomandata ricevuta, si costituiranno parte civile alcune associazioni a tutela delle donne.”
A quanto pare l’interessato, che sembra abbia presentato varie controquerele, si lamenta del fatto che il perseguitato è proprio lui e che ciò sia fatto per screditarlo dal punto di vista professionale, perché entrambi i soggetti svolgono la stessa professione, anche con comparsate in tv.
Visionando l’atto pubblico si anticipa già che il processo a carico della Bruzzone avrà vita breve. Non perché non sia fondata l’accusa, la cui fondatezza non mi attiene rilevare, ma per una questione tecnica. I tempi adottati per la fissazione della prima udienza e il fatto che vi è un errore di procedura da parte del Pm (non si è rilevato il possibile reato di calunnia continuato e comunque il reato di atti persecutori, stalking, e quindi si è saltata la fase dell’udienza preliminare) mi porta a pensare che la prescrizione sarà l’ordinario esito della vicenda italica. Comunque un Decreto di Citazione a Giudizio diretto presso un Tribunale Monocratico contiene già di per se il seme del dubbio sul carattere della persona incriminata. Sospetto insinuato proprio da un magistrato e per questo credibile, salvo enunciazione di assoluzione postuma.
A me non interessa la vicenda in sé. Sarà la magistratura, senza condizionamenti, a decidere quale sia la verità. E sarà, comunque, la persona offesa dalla diffamazione in oggetto a dire la sua anche sul comportamento di alcuni organi di stampa citati in querela. Il professionista, noto perché svolge la stessa professione della Bruzzone, non cerca pubblicità, anche se, per amor di verità, è citatissimo sul blog di Roberta Bruzzone. In questa sede una cosa, però, mi preme rilevare. Dove sono tutti quei giornalisti che per la Bruzzone si stracciano le vesti, riportando a piè sospinto su tutti i media ogni sua iniziativa, mentre questa notizia del suo rinvio a giudizio non è stata ripresa da alcuno? Che ciò possa inclinare la sua credibilità e minare l’assunto per il quale Michele Misseri non abbia avuto alcun condizionamento nell’accusare la figlia Sabrina?
Oltre tutto la dr.ssa Bruzzone non ha gli stessi trattamenti di riguardo in Fori giudiziari che non siano Taranto.
A scanso di facili querele si spiega il termine “di riguardo” usato, riportandoci alle dichiarazioni del 19 marzo 2013 fatte dall’avv. di Sabrina Misseri, Franco Coppi: «Come si può definire priva di riscontri la confessione di un uomo che fa trovare il cadavere e il telefonino della vittima?», ha detto ancora Coppi. «Le motivazioni della successiva ritrattazione – ha aggiunto – rivalutano la confessione di Misseri come unica verità. La confessione del 6 ottobre 2010 spiazza i pubblici ministeri che già si erano affezionati alla pista che porta a Sabrina Misseri. Mi chiedo se quel metodo di indagine non sia contrario allo spirito del codice di procedura penale. I mutamenti di versione da parte di Michele avvengono quasi sempre dopo sospensioni di interrogatorio e su richiesta del difensore, anche con qualche aiuto involontario di quest’ultimo». Esempio, ha detto Coppi, l’interrogatorio in carcere di Michele Misseri del 5 novembre 2010, in cui l’agricoltore accusa la figlia Sabrina del delitto, e «al quale non si comprende a quale titolo partecipa la criminologa Roberta Bruzzone quale consulente di parte». «Michele è scaltro – ha aggiunto – e coglie l’occasione per accusare la figlia. C’è stata un’opera di persuasione efficace nei suoi confronti. E poi perché non dice nulla su quello che per gli inquirenti sarebbe il vero movente dell’omicidio, non dice nulla sull’arrivo di Mariangela, sulla moglie, e non basta dire, come fanno i pubblici ministeri, che lui non sapeva nulla perché non era in casa al momento del delitto».
Ecco, quindi, che a proposito dei diversi trattamenti riservati a Roberta Bruzzone si cita Savona. A Savona il tanto atteso colpo a sorpresa della parte civile non è arrivato, scrive “Il Secolo XIX”. Anzi. L’irruzione nel processo per il delitto di Stella della notissima criminologa genovese Roberta Bruzzone, è stato bloccato sul nascere dal giudice delle udienze preliminari Emilio Fois che ha respinto l’istanza del legale di Andrea Macciò, ucciso con un colpo di fucile al cuore il 13 dicembre 2013 da Claudio Tognini, di un incidente probatorio per la verifica dello stato dei luoghi dove si è consumato il dramma. L’obiettivo della parte civile sarebbe stato quello di cercare tracce ematiche nella cucina di Alessio Scardino, il proprietario del fucile che ha sparato e dell’alloggio, per arrivare ad una nuova ricostruzione dei fatti. Se il pubblico ministero Chiara Venturi non si è opposta alla richiesta, ci ha pensato il giudice a rigettarla.
LA VERITA’ NON VI VERRA’ MAI DETTA… QUESTA E’ L’UNICA CERTEZZA!!!
Che questo accadesse, diciamocela tutta: non avevamo dubbi, scrive “Informare per resistere”. Ma che a dirlo e spiattellarlo ai 4 venti, fosse una giornalista Rai…Beh non lo avremmo mai pensato. La donna in questione è Elisa Ansaldo. Lei stessa ha reclamato e si è battuta per i diritti ad un’informazione giusta e veritiera! Cosa che in Rai non accadeva e non accade neppure adesso!! Nelle 2006 e nel 2007 conduce la sezione giornalistica durante le due edizione di Unomattina. Poi nel Settembre 2008 passa alla conduzione del TG1 della notte. Il 25 maggio 2011, in polemica con il direttore Augusto Minzolini, annuncia il suo ritiro da conduttrice del TG1, contestando il fatto che esso violerebbe i più elementari doveri dell’informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell’informazione seguendo di circa un anno la medesima decisione della collega di redazione e amica Maria Luisa Busi. La stessa Elisa Ansaldo aveva affermato: “Per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro”. Solo nel 2013 torna alla conduzione del TG1 conducendo: prima l’edizione delle 17, poi quella delle 13:30. E’ proprio nel periodo della sua pausa giornalistica Rai che la stessa giornalista ha manifestato pubblicamente il suo disappunto nei confronti di una testata giornalistica, quale il TG1. Privo di veridicità e fondamenti basati sulla lealtà alla notizia… Insomma, la giornalista Elisa Ansaldo non le ha mandate a dire a nessuno e non ha accettato il modus operandi della Rai, in quanto non conforme alle leggi ma soprattutto determinato a celare, nascondere e modificare la notizia. Ha reclamato il diritto all’informazione: un’informazione corretta, integrale e non censurata. – “In Rai si ha paura della notizia, e le cose accadono sempre dove noi non siamo…Nella case, nelle industrie, nelle carceri, nella aziende…Guarda caso noi siamo da un’altra parte – e continua polemizzando – Chi si poteva immaginare che le gente comune si trovava a combattere con la disoccupazione, i licenziamenti e la cassa integrazione. Che esiste il problema del precariato nelle scuole. Invece no…Noi pensavamo che a voi questo non interessasse…Credevamo che voleste sentir parlare di Michele e Sabrina Misseri, Sara Scazzi, e Yara… Insomma di tutto lo spettacolo montato intorno a queste povere ragazze”. Ascoltate l’intero intervento della giornalista Elisa Ansaldi e capirete molte cose… Il video è caricato in fondo all’articolo!
A nostro avviso, la situazione è grave. E i politici vogliono la nostra disinformazione perchè è comoda. Solo così possono continuare ad operare indisturbati. E’ proprio per questo che noi stessi non seguiamo più l’informazione che viene passata dalla tv. Che sia pubblica o privata, esse è un’ informazione corrotta e manipolata. Non è un’informazione che nasce per informare, ma è determinata a disinformare!!!
Così come è rimasto nel dimenticatoio ogni riferimento alle querele fatte dalla famiglia Scazzi contro i media a tutela della loro immagine e della loro Privacy.
Giallo di Avetrana, un vastese querelato da Claudio Scazzi, scrive Natalfrancesco Litterio su “Zona Locale. Non è passata inosservata la presenza presso il Tribunale di Vasto di Claudio Scazzi, fratello di Sarah, la ragazza vittima di quello che è stato chiamato “il giallo di Avetrana”, per cui sono state condannate all’ergastolo Cosima Serrano e Sabrina Misseri. La giovane, come si ricorderà, era stata ritrovata senza vita all’interno di un pozzo e proprio un’immagine del cadavere all’interno del luogo del ritrovamento sarebbe al centro della vicenda giudiziaria che ha portato il fratello Claudio a Vasto. Il giovane, infatti, avrebbe denunciato tre testate, Il Corriere della Sera ed Il Corriere del Mezzogiorno, dove scrive come corrispondente locale Nazareno Dinoi de “La Voce di Manduria”, e un vastese per aver pubblicato su internet, sembrerebbe su un blog, la foto raffigurante il cadavere all’interno del pozzo. Il Tribunale di Milano, quindi, ha passato il procedimento a quello di Vasto, per quanto di sua competenza, e oggi si è tenuta l’udienza in cui è stata sentita la parte offesa, quindi lo stesso Claudio Scazzi, assistito dall’avvocato Nicodemo Gentile, del Foro di Perugia. Ad assistere l’imputato, invece, l’avvocato Angela Pennetta. La prossima udienza è stata fissata per il 24 aprile 2015.
La drammatica morte di Sarah Scazzi ha avuto uno strascico giudiziario anche a Vasto, scrive “Il Nuovo”. Ecco perché la presenza al tribunale di Vasto del fratello della povera ragazza, Claudio Scazzi, non è passata inosservata. Il titolare di un blog locale, Alessandro Oliveri, vastese, è stato querelato dallo Scazzi per “aver pubblicato subito dopo il ritrovamento della vittima fotografie dal contenuto raccapricciante, che mostravano il cadavere di Sarah.” Quelle foto, secondo l’accusa, avrebbero provocato disagio e malessere nei familiari della vittima. Ieri mattina, sentite le parti, il giudice ha aggiornato l’udienza al prossimo 24 aprile. Il giovane vastese è difeso dall’avvocato Angela Pennetta del foro di Vasto.
Ed ancora “Foto di Sarah blogger vastese querelato”. La tragica morte di Sarah Scazzi ha avuto uno strascico giudiziario anche a Vasto. Il titolare di un blog, Alessandro Oliveri, vastese, è stato querelato dalla fratello della ragazza di…, scrive P.C. su “Il Centro”. La tragica morte di Sarah Scazzi ha avuto uno strascico giudiziario anche a Vasto. Il titolare di un blog, Alessandro Oliveri, vastese, è stato querelato dalla fratello della ragazza di Avetrana uccisa barbaramente. L’accusa è «avere pubblicato subito dopo il ritrovamento della vittima fotografie dal contenuto raccapricciante, che mostravano il cadavere di Sarah». Quelle foto, secondo l’accusa avrebbero provocato disagio e malessere nei familiari della vittima. Ieri mattina l’indagato è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari. Ad assisterlo l’avvocato Angela Pennetta. In aula era presente Claudio Scazzi, fratello della ragazzina di Avetrana insieme al proprio legale di fiducia, l’avvocato Antonio Cozza del foro di Perugia. L’avvocato Pennetta ha rimarcato che il blog si limitò all’epoca dei fatti a riportare una foto che era comparsa su altre testate nazionali di maggiore prestigio. Le foto quindi non furono carpite ad alcuno né pare vi fosse nel responsabile del blog l’intenzione di fare uno scoop. Il dolore della famiglia Scazzi tuttavia fu grandissimo ed è ancora tale. Le presunte responsabili di quella morte atroce sono in carcere ma la vicenda giudiziaria è ancora in corso. E altre “costole” del processo cardine sono in itinere. Una anche a Vasto. Ieri mattina, sentite le parti il giudice ha aggiornato l’udienza al prossimo 24 aprile. Quel giorno Claudio Scazzi è intenzionato a tornare.
Giornalisti in galera, scrive Umberto Brindani il direttore di Oggi. Pochi giorni fa, potevo finire in galera anch’io. D’accordo, non è del tutto vero, ma mi sembra un buon incipit, forse sufficiente a convincervi a non girare immediatamente pagina. Da qualche settimana si ragiona del caso Sallusti (condannato a 14 mesi in via definitiva) e della questione dei giornalisti in carcere. So benissimo che alla maggior parte di voi, come dicono a Roma, non gliene potrebbe fregare di meno. E anzi, forse molti di coloro che non fanno parte della categoria, o della corporazione, qualche «pennivendolo» dietro le sbarre in fondo ce lo vedrebbero con gusto. Ma ne parlo perché la libertà di stampa, e cioè la libertà di esprimere il proprio pensiero, è il fondamento di ogni democrazia. E, se si manda in prigione una persona per aver scritto o detto qualcosa, è la democrazia stessa che comincia a incrinarsi, travolgendo poi, a poco a poco, la libertà di tutti. Per capirlo, basta leggere il nuovo, meraviglioso libro di Salman Rushdie (Joseph Anton, Mondadori, appena uscito). Joseph Anton è il nome falso che lo scrittore anglo-indiano dovette assumere per salvare la propria vita dalla fatwa dell’ayatollah Khomeini. Il libro racconta i suoi anni da «uomo invisibile», prigioniero in casa (in case sempre diverse), zittito,umiliato, minacciato, ricercato da squadre della morte. La sua colpa? Aver scritto I versetti satanici, un’opera sgradita agli islamici radicali. Rusdhie scrisse un libro, loro decisero di ucciderlo. in confronto a questa storia il caso Sallusti fa ridere. E il mio caso fa addirittura scompisciare. È successo che tempo fa abbiamo pubblicato un articolo su Claudio Scazzi (il fratello della povera Sarah, assassinata ad Avetrana) e una sua visita presso Lele Mora nell’ambito della quale i due avevano parlato anche della possibilità che il ragazzo facesse televisione. Scazzi si è sentito diffamato e ha querelato. La settimana scorsa, il pubblico ministero ha chiesto per me e il collega autore del pezzo una pena incredibile: due anni e sei mesi di galera! Per fortuna il giudice l’ha vista diversamente. Siamo stati assolti perché il fatto non sussiste (cioè abbiamo raccontato la verità) e comunque perché il fatto non costituisce reato (cioè, se anche avessimo inventato, non avremmo diffamato nessuno). Bene, per ora pericolo scampato. Qualcuno potrebbe trovare assurdo, o quanto meno esagerato, che venga chiesta ufficialmente una reclusione di due anni e mezzo per una vicenda così minuscola. Chissà che pena avremmo rischiato se avessimo scritto cose davvero pesanti, davvero diffamatorie. Eppure, il pm ha fatto il suo: ha chiesto una pena prevista dalla legge. già, la legge. Ecco il punto. In queste ore, proprio per «salvare il soldato Sallusti» si discute di un decreto che elimini la galera per i giornalisti. Ma, sostiene tra gli altri l’avvocato Caterina Malavenda (co-autrice di un bel libro appena uscito: Le regole dei giornalisti, Il Mulino), se si moltiplicano le pene pecuniarie viene comunque messa in pericolo la libertà di stampa, perché non sempre giornalisti ed editori avranno i soldi per risarcire. E quindi i cronisti preferiranno auto-censurarsi. Insomma, la questione è aperta. Mi viene però un dubbio. Non sarà che alcuni vengono assolti e altri condannati solo perché i primi hanno semplicemente scritto la verità?
Intanto Concetta Serrano ha ritirato la querela nei confronti di Fabrizio Corona per violazione di domicilio. La madre di Sarah Scazzi, Concetta Serrano, ha ritirato la querela per violazione di domicilio nei confronti del fotografo dei vip Fabrizio Corona. Secondo quanto denunciato dalla mamma della ragazzina uccisa ad Avetrana (Taranto), Corona si era introdotto nella sua abitazione il 26 febbraio del 2011. La donna aveva sentito dei rumori e se l’era trovato davanti. Lui si era accomodato in cucina, aveva tirato fuori un registratore dicendole di volerla intervistare. In cambio le offriva fino a 100mila euro. Era ora di pranzo. Concetta sentì dei rumori provenire dalla camera da letto e nel corridoio di casa si trovò davanti Corona. “E tu che ci fai qui?” disse la donna rimanendo pietrificata. “Come, non mi riconosci?” fu la risposta del fotografo. Corona chiese un bicchiere d’acqua ed in cucina accese un registratore spiegando a Concetta di essere lì per un’intervista che era pronto a pagare anche 50-100mila euro. Poco dopo arrivò a casa Scazzi la giornalista Filomena Rorro che aveva un appuntamento con Concetta. Ad aprire la porta di casa fu Fabrizio Corona. L’udienza che era prevista oggi 17 dicembre 2014 in tribunale quindi è stata cancellata; il paparazzo ha chiesto scusa alla Serrano e l’ha risarcita con qualche migliaia di euro. L’udienza, inizialmente fissata a marzo, poi slittata a luglio ed infine ad oggi, è stata cancellata perché Concetta Serrano, la mamma di Sarah Scazzi, la quindicenne strangolata nell’agosto 2010, ha ritirato la querela per violazione di domicilio in virtù di un accordo transattivo. Fabrizio Corona ha chiesto scusa a Concetta e versato un risarcimento di qualche migliaia di euro.
I guai di Corona con il tribunale di Taranto, però, non si sono limitati solo a questo episodio. Il chiacchieratissimo fotografo è stato anche condannato in primo grado dal giudice Benedetto Ruberto a 5 mesi per aver partecipato ad un’ospitata in discoteca a Martina Franca, in provincia di Taranto, violando gli obblighi di sorveglianza speciale a cui era sottoposto per altri procedimenti penali a suo carico, scrive “La Presse”. “Concetta non ha mai avuto intenzione di vendicarsi o perseguitare Corona – spiega uno dei suoi legali Luigi Palmieri – ha sempre detto di volersi occupare solo del processo che riguarda l’omicidio della figlia”. Non mi piacciono i giochetti, non cerco lo scoop ad ogni costo” diceva, nell’ormai lontano 2011, Alessandra Borgia la protagonista, insieme a Barbara D’Urso dell’ormai famoso e triste siparietto organizzato con il cacciatore che trovò il cadavere del piccolo Loris nelle campagne di Santa Croce Camerina. Parole che stridono con questo spettacolo scoperto da Striscia la notizia, scrive “Blitz Quotidiano” il 18 dicembre 2014.
Alessandra Borgia, inviata a Santa Croce di Camerina per la trasmissione della D’Urso, ha infatti finto di incontrare casualmente il cacciatore Orazio Fidone, l’uomo che ha trovato il cadavere di Andrea Loris Stival. In realtà era tutto preparato. Il fuori onda di Striscia svela infatti che la giornalista e il cacciatore avevano un segnale convenuto per l’ingresso in scena dell’uomo. Nel 2011, intervistata da Infilitrato.it, invece Alessandra Borgia tutt’altra etica professava: “C’è una linea sottilissima che in questi casi è molto difficile non superare, perché magari vuoi trovare quella notizia in più per poter arrivare ad una possibile verità. Però io dico sempre che l’accanimento della redazione su un fatto di cronaca succede perché effettivamente c’è morbosità anche da parte del pubblico. È come se la gente volesse fare un vaccino comune attraverso queste situazioni, per capire da chi dobbiamo stare attenti e di chi dobbiamo preoccuparci. Le persone sono molto spaventate, ecco perché si legano in maniera quasi morbosa a queste vicende: tracciano identikit per autodifesa. Sarah Scazzi, Yara sono ragazze che fanno una vita normale, senza grilli per la testa e che vengono coinvolte in situazioni che nessuno si aspetterebbe. E questa normalità fa sì che il pubblico riveda in loro un proprio familiare, una nipote, una figlia, una vicina di casa. Ecco da dove nasce il legame morboso”.
Morbosità, però, non deve essere colpevolismo e comunque mai essere manipolazione della verità.
Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
http://www.controtuttelemafie.it e http://www.telewebitalia.eu
099.9708396 – 328.9163996

Leggi i libri e le inchieste su http://www.controtuttelemafie.it
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