L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. FABRIZIO MICCOLI: LA VITTIMA DI TURNO DEI BENPENSANTI IPOCRITI.

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. FABRIZIO MICCOLI: LA VITTIMA DI TURNO DEI BENPENSANTI IPOCRITI.
Antonio Giangrande: “Fabrizio, vieni con noi. Vieni a fare da noi il Testimonial della legalità!”
L’Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi). In un libro, “Io ti fotto” di Carlo Tecce e Marco Morello, la pratica dell’arte della fregatura in Italia. Dai più alti livelli ai più infimi, dalle truffe moderne realizzate in Rete a quelle più antiche e consolidate. In Italia, fottere l’altro – una parola più tenue non renderebbe l’idea – è un vizio che è quasi un vanto, “lo ti fotto” è una legge: di più, un comandamento.
Sulle dichiarazioni rese da Fabrizio Miccoli su Giovanni Falcone interviene Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie”, riconosciuta dal Ministero dell’Interno come sodalizio antimafia, se non che grande esperto di mafia, sul cui tema ha scritto un saggio fonte di molte tesi di laurea.
«Fabrizio, vieni con noi. Vieni a fare da noi il Testimonial della legalità! Il calciatore leccese in forza al Palermo, in una intercettazione in privato parla con un amico. I due sono stati registrati mentre, in macchina, cantavano “Quel fango di Falcone”. In un’altra intercettazione, parlando con una terza persona, ribadiscono: “Vediamoci davanti all’albero di quel fango di Falcone”. Intercettazioni, per la verità, la cui dazione e pubblicazione comporta violazione del segreto istruttorio, quindi un reato. Ma va là, chi persegue i legulei di Stato? Comunque si tratta, peraltro, dello stesso Miccoli che ha partecipato a diverse partite del cuore, in cui dedicava i suoi gol proprio al magistrato ucciso dalla mafia e al collega Paolo Borsellino.
Quindi Miccoli è buono o Miccoli è cattivo?
L’ex capitano rosanero, indagato per estorsione e accesso abusivo a sistema informatico, peraltro, ha tenuto una conferenza stampa durante la quale ha manifestato tra le lacrime tutto il suo rammarico e pentimento per le parole che ha detto, poi ha ribadito di non essere un mafioso e di aver dato la sua amicizia a tutti.
Ognuno di noi, se spiato h24, commette e dice, gesti e cose sensate, insensate, stupide, lesive, simpatiche, etc…però, tra il dire ed il fare c’è sostanziale differenza. Che dire delle telefonate tra la prima carica repubblicana e l’ultimo “pezzo pregiato” della prima repubblica? O delle infinite telefonate “stralciate” da processi per stupidi errori formali? E quante volte ci è scappata una bestemmia contro le icone religiose. Certo, questo non è meno grave che offendere la memoria di Falcone, che agli altari della santità non ci è ancora arrivato.
Eppure proprio a Lecce, in cui si prospetta un suo ritorno calcistico nella squadra di calcio locale, c’è chi sputa sentenze contro Fabrizio Miccoli. A cominciare dall’ex sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, magistrato ed ex aennino di Lecce. Nessuna possibilità di equivocare il suo messaggio: “Per quanto mi riguarda — dice a Francesca Mandese del Corriere della Sera — Miccoli non dovrebbe più mettere piede su nessun campo di calcio e mi auguro che il presidente della Figc, Giancarlo Abete, faccia seguire alle parole i fatti con un provvedimento di sospensione per Miccoli”. Poi, ecco venire fuori il magistrato. “Miccoli — dice ancora Mantovano — è indagato per riciclaggio ed estorsione in concorso con un’associazione di stampo mafioso. E questo è un dato di fatto. La sua frequentazione con ambienti mafiosi è stata costante e consapevole. Vederlo in campo avrebbe un grave effetto diseducativo”. Gli fa eco, sia pure con molto più distacco ma con tono sibillino, la senatrice Adriana Poli Bortone, sindaca di Lecce per nove anni, anche lei proveniente da An. “Non voglio entrare in certe questioni — dice — ma credo che debbano essere le autorità cittadine a suggerire come sarebbe meglio comportarsi”.
Questi signori dovrebbero sapere che Miccoli è solo indagato e loro non dovrebbero ergersi a giudici o a Ponzio Pilato.
Comunque da sempre si usano diversi pesi e diverse misure. Esami di stato per avvocati: gli studenti hanno barato? Problemi a Lecce: oltre la metà degli studenti avrebbero copiato la prova di abilitazione. “Una cosa mai vista”, dicono i commissari. Esami di stato per la professione di avvocato: a Lecce ci sono problemi abbastanza seri, se è vero che sono moltissimi i compiti da annullare, depennare completamente e anzi, sarebbero più i compiti invalidi che quelli validi. In breve, gli studenti avrebbero copiato alla grande, e anche in maniera grossolana l’intera prova d’esame di abilitazione. Le prove di esame di abilitazione spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati e proprio per questo vi fu denuncia penale proprio del sottosegretario Alfredo Mantovano di Lecce. Di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.
Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati, magistrati e notai d’Italia. Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video. Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali? In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l’incompetenza e l’imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri. Eppure dopo l’invito a denunciare la Commissione di esame di avvocato di Catania e l’interrogazione parlamentare da presentare al Ministro della Giustizia inviata al Parlamento, né i cosiddetti rappresentanti del popolo, ne i minchioni dei candidati accusati di plagio hanno fatto qualcosa. La cosa che più dovrebbe far imbarazzare i benpensanti e gli ipocriti è che, per un motivo o per un altro, una coltre di omertà è calata sulla vicenda dei 100 presunti copioni. Se i scribacchini e pennivendoli per parlar male dell’avversario politico o del povero cristo, lo sbattono come mostro in prima pagina, per codesti signori nessuna attenzione è stata data, né la notizia è stata divulgata. Censura ed omertà assoluta: “minchiaaaa……nudda sacciu”.
Comunque tornando a Miccoli. Vedo il tg e leggo l’Ansa a una settimana dalla tragedia di Brindisi: Melissa Bassi uccisa dalla Mafia!!! E noto con fastidio alcune cose. La prima è la canonicissima ennesima “marcia” all’italiana: la liturgia madre, la messa cantata del politicamente corretto di piazza, negli ultimi tempi. Questo succede perché io non seguo la logica nazionale delle celebrazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, specialmente fatta da chi ne ha causato la morte. L’ostracismo c’è perché non mi sottometto a questa antimafia e non mi associo alla liturgia di questa antimafia che poi è forse solo propaganda e speculazione. Si farebbe cosa nobile, invece, svelare la verità sulla morte di Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa e gli altri e disincentivare tutti quei comportamenti socio mafiosi che inquinano la società italiana. Come si farebbe onore alla verità svelare chi e come paga l’ambaradan di carovane e carovanieri.
E’ celebre il “vada a bordo, cazzo” del comandante De Falco. L’Italia paragonata al destino ed agli eventi che hanno colpito la nave Concordia. Parafrasando la celebre frase di De Falco mi rivolgo a tutti gli italiani: ““TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Il tema è “chi giudica chi?”. Chi lo fa, ha veramente una padronanza morale, culturale professionale per poterlo fare? Iniziamo con il parlare della preparazione culturale e professionale di ognuno di noi, che ci permetterebbe, in teoria, di superare ogni prova di maturità o di idoneità all’impiego frapposta dagli esami scolastici o dagli esami statali di abilitazione o di un concorso pubblico. In un paese in cui vigerebbe la meritocrazia tutto ciò ci consentirebbe di occupare un posto di responsabilità. In Italia non è così. In ogni ufficio di prestigio e di potere non vale la forza della legge, ma la legge del più forte. Piccoli ducetti seduti in poltrona che gestiscono il loro piccolo potere incuranti dei disservizi prodotti. La massa non è li ha pretendere efficienza e dedizione al dovere, ma ad elemosinare il favore. Corruttori nati. I politici non scardinano il sistema fondato da privilegi secolari. Essi tacitano la massa con provvedimenti atti a quietarla. Panem et circenses, letteralmente: “pane e giochi del circo”, è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica.
Tornando alla parafrasi del “TUTTI DENTRO, CAZZO!!” si deve rimarcare una cosa. Gli italiani sono: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigatori”. Così è scritto sul Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR a Roma. Manca: “d’ingenui”. Ingenui al tempo di Mussolini, gli italiani, ingenui ancora oggi. Ma no, un popolo d’ingenui non va bene. Sul Palazzo della Civiltà aggiungerei: “Un popolo d’allocchi”, anzi “Un popolo di Coglioni”. Perché siamo anche un popolo che quando non sa un “cazzo” di quello che dice, parla. E parla sempre. Parla..…parla. Specialmente sulle cose di Giustizia: siamo tutti legulei.
Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.
In tema di persecuzione giudiziaria, vi si racconta una favola e per tale prendetela.
C‘era una volta in un paese ridente e conosciuto ai più come il borgo dei sognatori, un vecchietto che andava in bicicletta per la via centrale del paese. Il vecchietto non era quello che in televisione indicano come colui che buttava le bambine nei pozzi. In quel frangente di tempo una sua coetanea, avendo parcheggiato l’auto in un tratto di strada ben visibile, era in procinto di scendere, avendo aperto la portiera. Ella era sua abitudine, data la sua tarda età, non avere una sua auto, ma usare l’auto della nipote o quella simile del fratello. Auto identiche in colore e marca. Il vecchietto, assorto nei suoi pensieri, investe lo sportello aperto dell’auto e cade. Per sua fortuna, a causa della bassa velocità tenuta, la caduta è indolore. Assicurato alla signora che nulla era accaduto, il vecchietto inforca la bicicletta e va con le sue gambe. Dopo poco tempo arriva alla signora da parte del vecchietto una richiesta di risarcimento danni, su mandato dato allo studio legale di sua figlia. L’assicurazione considera che sia inverosimile la dinamica indicata ed il danno subito e ritiene di non pagare.
Dopo due anni arriva una citazione da parte di un’altro avvocato donna. Una richiesta per danni tanto da farsi ricchi. Ma non arriva alla vecchietta, ma a sua nipote. Essa indica esattamente l’auto, la zona del sinistro e la conducente, accusando la nipote di essere la responsabile esclusiva del sinistro.
E peccato, però, che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto la targa, pur posti a pochi metri del fatto; che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto l’auto distinguendola da quella simile; che nessun testimone in giudizio ha disconosciuto la vecchietta come protagonista; che nessun testimone in giudizio ha ammesso che vi siano stati conseguenze per la caduta.
E peccato, però, che l’auto non era in curva, come da essa indicato.
Peccato, però, che la responsabile del sinistro non fosse quella chiamata in giudizio, ma la vecchietta di cui sopra.
Una prima volta sbaglia il giudice competente ed allora cambia l’importo, riproponendo la domanda.
Tutti i giudici di pace ed onori (avvocati) fanno vincere la causa del sinistro fantasma alla collega.
La tapina chiamata in causa afferma la sua innocenza e presenta una denuncia contro l’avvocato. La poveretta, che poteva essere querelata per lesioni gravissime, si è cautelata. La sua denuncia è stata archiviata, mentre contestualmente, alla stessa ora, i testimoni venivano sentiti alla caserma dei carabinieri.
La poveretta non sapeva che l’avvocato denunciato era la donna del pubblico ministero, il cui ufficio era competente sulla denuncia contro proprio l’avvocato.
Gli amorosi cosa hanno pensato per tacitare chi ha osato ribellarsi? L’avvocato denuncia per calunnia la poveretta, ingiustamente accusata del sinistro, la procura la persegue e gli amici giudici la condannano.
L’appello sacrosanto non viene presentato dagli avvocati, perché artatamente ed in collusione con la contro parte sono fatti scadere i termini. L’avvocato amante del magistrato altresì chiede ed ottiene una barca di soldi di danni morali.
La poveretta ha due fratelli: uno cattivo, amico e succube di magistrati ed avvocati, che le segue le sue cause e le perde tutte: uno buono che è conosciuto come il difensore dei deboli contro i magistrati e gli avvocati. I magistrati le tentano tutte per condannarlo: processi su processi. Ma non ci riescono, perché è innocente e le accuse sono inventate. L’unica sua colpa è ribellarsi alle ingiustizie su di sé o su altri. Guarda caso il fratello buono aveva denunciato il magistrato amante dell’avvocato donna di cui si parla. Magistrato che ha archiviato la denuncia contro se stesso.
La procura ed i giudici accusano anche il fratello buono di aver presentato una denuncia contro l’avvocato e di aver fatto conoscere la malsana storia a tutta l’Italia. Per anni si cerca la denuncia: non si trova. Per anni si riconduce l’articolo a lui: non è suo.
Il paradosso è che si vuol condannare per un denuncia, che tra tante, è l’unica non sua.
Il paradosso è che si vuol condannare per un articolo, che tra tanti (è uno scrittore), è l’unico non suo e su spazio web, che tra tanti, non è suo.
Se non si può condannare, come infangare la sua credibilità? Dopo tanti e tanti anni si fa arrivare il conto con la prescrizione e far pagare ancora una volta la tangente per danni morali all’avvocato donna, amante di magistrati.
Questa è il finale triste di un favola, perché di favola si tratta, e la morale cercatevela voi.
Chi frequenta assiduamente le aule dei tribunali, da spettatore o da attore, sa benissimo che sono luogo di spergiuro e di diffamazioni continue da parte dei magistrati e degli avvocati. Certo è che sono atteggiamenti impuniti perché i protagonisti non possono punire se stessi. Quante volte le requisitorie dei Pubblici Ministeri e le arringhe degli avvocati di parte civile hanno fatto carne da macello della dignità delle persone imputate, presunte innocenti in quella fase processuale e, per lo più, divenuti tali nel proseguo. I manettari ed i forcaioli saranno convinti che questa sia un regola aurea per affermare la legalità. Poco comprensibile e giustificabile è invece la sorte destinata alle vittime, spesso trattate peggio dei delinquenti sotto processo.
Ma si sa in Italia tutti dicono: “tengo famiglia e nudda sacciu, nudda vidi, nudda sentu”. I magistrati, diceva Calamandrei, sono come i maiali. Se ne tocchi uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione.
Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia,i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico “Italia paese di merda”, per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E’ reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione – Sezione I penale – Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730.
A questo punto ognuno di noi ammetta e confessi che, almeno per un volta nella sua vita, ha proferito la fatidica frase “che schifo questa Italia di merda” oppure “che schifo questi italiani di merda”.
Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!!

Dr Antonio Giangrande
Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia
http://www.controtuttelemafie.it e http://www.telewebitalia.eu
099.9708396 – 328.9163996

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